Era d’estate

ERA D’ESTATE

Dopo tanto tempo, quando ritorni in un posto dove hai vissuto gli anni più belli e intensi della tua adolescenza, c’è il forte rischio di trovarti di fronte a qualcosa che non ha nulla a che vedere con i tuoi ricordi. Tornando oggi qui a Marina di Trezzo, ho avuto invece la stessa impressione di quando ci sono venuto la prima volta, più o meno cinquant’anni fa. Sarà perché siamo fuori stagione ma mi sembra che il tempo in questo luogo si sia fermato. Nella zona vicino al mare tutto è rimasto come era allora. Case basse intonacate a calce, alcune con le mura di blocchetti di tufo ancora in vista, cancelli e staccionate una diversa dall’altra, strade piene di sabbia trascinata dal vento e un odore di salmastro che arriva dai vicoli stretti che portano sulla spiaggia. Nell’entroterra invece la situazione è cambiata, belle villette basse con giardini curati, qualche palazzina di tre o quattro piani e alcuni condomini forse troppo grandi per un paesino di mare. Decido di andare verso il Fosso San Sebastiano, un fiumiciattolo che porta sul litorale l’acqua dei canali della bonifica. Inoltrandomi nelle stradine vicino alla spiaggia, ho anche la sorpresa di vedere dei murales, dai colori sgargianti, che adesso abbelliscono e rendono più allegri i lunghi muri bianchi. Anche il Fosso è stato ripulito; hanno fatto pure un ponticello che collega l’altra riva, mentre noi dovevamo attraversarlo camminando lungo la battigia. Dall’altra parte c’erano chilometri di spiaggia libera dove nessuno ci avrebbe disturbato mentre giocavamo al gioco della bottiglia. I primi baci “a stampo” rubati, mentre il cuore batteva a mille, avendo come colonna sonora Claudio Baglioni, Lucio Battisti o Mia Martini, avete presente: “Accoccolati ad ascoltare il mare…”

Eh già, perché le prime storie da adolescente le ho avute proprio qui, in mezzo a queste dune, tra i cespugli di pitosforo, i fichi d’india e le piante grasse, con grandi fiori rossi, che crescevano sulla sabbia. Da quando avevo dodici anni, tutte le estati, andavo a passare almeno un paio di mesi a Marina di Trezzo, ospite a casa di Antonio, Tonino per gli amici, che è stato mio compagno di classe alle scuole medie, ma poi siamo rimasti legati per una vita, accomunati anche da un’autentica passione per il mare, per la pesca e …per le ragazze. Almeno nei primi anni, a settembre ci scambiavamo i ruoli e il mio amico veniva in vacanza con la mia famiglia in montagna. In questo modo ci facevamo tre mesi di vacanza interi interi e, con il passare del tempo, il nostro rapporto era diventato così stretto che alcuni pensavano che fossimo fratelli. Gaetano, il padre di Tonino, faceva il pescatore di professione e aveva un ingaggio come comandante su un peschereccio d’altura. Stava fuori per intere settimane e quando tornava passava i primi giorni chiuso in camera con la moglie, uscivano solo per prendere qualcosa da mangiare, una bottiglia di vino, e poi si rinchiudevano di nuovo, lasciandoci campo libero per fare quello che volevamo. Tonino faceva finta di non capire cosa accadesse nella camera da letto. Diceva che stavano dormendo perché il padre era tornato stanco dalla trasferta, noi amici reggevamo il gioco e facevamo finta di crederci, un po’ per tatto, un po’ per imbarazzo. Quando il padre, finalmente, usciva dalla stanza felice e rilassato, con il sorriso stampato sulla faccia, le giornate si riempivano dei momenti che avevamo aspettato per tutto l’inverno.  Accadeva che, una bella sera, ce lo vedevamo tornare dalla cooperativa pescatori con una cassetta di sarde e, subito dopo cena, ci diceva:

“Ciurma! Domani mattina andiamo a pesca con i palamiti. Andate al letto presto che alle tre si salpa”. 

Gaetano aveva un vecchio gozzo di legno pesantissimo che teneva sulla spiaggia. Era stato di suo padre e del padre di suo padre prima di lui, veniva tirato in secca con una catena collegata a un argano a motore mezzo arrugginito. Le tecniche di pesca che praticava con quella barca erano tante. Aveva le reti a tramaglio, che andavamo a calare a quattro miglia dalla costa, nelle vicinanze di una scogliera sommersa che si trovava proprio al centro di una secca. Lì il fondale passava da sessanta metri a meno di dieci e proprio nei pressi di quella collina sottomarina si trovano branchi di pesci pregiati. Tanute, saraghi, fragolini e qualche spigola erano le prede più ambite, raramente avevamo la fortuna di pescare un dentice. Sempre in quella zona potevamo usare, invece delle reti, i palamiti di fondo[1]. Tutto il palamito era contenuto all’interno di una cesta di vimini, tutto arrotolato con ordine, con gli ami agganciati sul bordo. La lunga lenza con tutti gli ami veniva calata e tenuta sul fondo con pesanti piombi. Ai due capi era fissata una sagola alla quale era legato un parabordo rosso che faceva da grosso galleggiante, per poterla individuare anche con il mare un po’ mosso. Solo da grandi, quando avremo avuto più o meno quattordici anni, il padre di Tonino ci permise di uscire con lui a calare il tramaglio o i palamiti. Prima dovevamo aspettare sulla spiaggia il ritorno della barca e il nostro compito era quello di pulire le reti dai granchi, dalle alghe e da tutte le cose che rimanevano incastrate tra le maglie. Spesso capitava di trovare delle stelle marine, allora le mettevamo al sole a seccare e le esponevamo in casa come trofei insieme alle conchiglie e ai carapaci dei granchi grandi. Quando il gozzo arrivava vicino terra, Gaetano e qualche suo amico che era uscito con lui a pesca davano un ultimo colpo di remi, il motore lo avevano spento un po’ lontano dalla riva, e saltavano giù dalla barca spingendola fino a portarla in secca. Poi la agganciavano alla catena e mettevano in moto l’argano che la trascinava per alcuni metri sulla spiaggia. Il tramaglio era tutto ripiegato dentro una grossa tinozza. Il pesce più pregiato e più grosso lo avevano già liberato dalle maglie della rete e messo in certe cassette di legno coperto con il ghiaccio che avevano caricato nella ghiacciaia che aveva la barca. I piccoli pesci e le altre cose che erano rimaste imbrigliate le avrebbero liberate una volta a terra. A me piaceva tanto pulire la rete; ci mettevamo seduti subito fuori il gozzo, il padre di Tonino e gli altri pescatori toglievano i pesci ancora imprigionati e la passavano a noi che, con le mani più piccole delle loro, finivamo di pulirla. Quando capitava qualcosa di interessante,  un granchio, una conchiglia o una stella marina, li mettevamo in un secchiello per poterci giocare in seguito. Quella era la nostra gavetta e a mano a mano che crescevamo, i nostri compiti diventavano sempre più di responsabilità. Dopo la pulizia della rete dai granchi, il livello superiore prevedeva di entrare nella barca e togliere i pesci piccoli o quelli che si erano particolarmente intricati nelle maglie. Non era un lavoro semplice perché bisognava stare molto attenti a non danneggiare i pesci durante quell’operazione e a non farsi male con gli aculei o la loro pinna dorsale. Poi c’era sempre il rischio di incappare in una tracina, allora usavamo delle pinze per liberarla evitando il rischio di dolorosissime punture. Il livello ancora superiore comprendeva la riparazione della rete, che spesso veniva danneggiata da qualche scoglio sommerso o anche dagli stessi pesci. In special modo dai gronghi che contorcendosi si attorcigliavano in modo assurdo, formando spesso dei grovigli che era impossibile sciogliere senza danneggiare la rete. Poi, finalmente, arrivava il momento che venivi promosso ad apprendista marinaio e partecipavi attivamente alle battute di pesca. Quando Gaetano voleva pescare con i palamiti, si salpava verso le otto di sera, quando c’era ancora luce, si raggiungeva il posto dove si era deciso di calare le lenze e, gettata la prima zavorra, noi ragazzi cominciavamo ad innescare i pezzi di sardina sui grossi ami, che erano circa duecento, e lentamente, con lo scarroccio della barca si calava la lenza madre. Finivamo che era ormai buio. Se il mare era molto calmo, ancoravamo lì vicino, su una secca di dieci metri e aspettavamo l’alba. Se invece c’era un po’ d’onda, si faceva ritorno a riva, si tirava in secca il gozzo solo per qualche metro sulla battigia e, coperti con giacche a vento o coperte, aspettavamo la prima luce per ripartire per il recupero. Gaetano preferiva sempre rimanere vicino al palangaro, non era raro che qualche barca di passaggio, vedendo le boe, si portasse via tutta l’attrezzatura, pesci inclusi. Per questo, se eravamo tornati a terra, la mattina successiva dovevamo essere lesti a tornare sul punto di pesca. Nelle notti serene e senza luna, si vedeva benissimo la fascia luminosa di stelle della Via Lattea. Non c’erano le luci emesse da lampioni, edifici, insegne, automobili, che ora invadono le nostre città, e ci divertivamo a riconoscere le costellazioni. Per farcele ricordare Gaetano ci raccontava i miti da cui erano nate. Cassiopea, Perseo, Orione, ciascuna di loro aveva una storia affascinate che ascoltavamo in silenzio immersi in quel contesto così suggestivo. Ripensando a quei giorni mi sembra di sentire ancora sulla pelle l’aria umida e fresca di quelle mattine, con il sole che sorge dietro le case e che colora lentamente di colori pastello il paesaggio, strappandolo al buio della notte.  Mi chiedevo come facesse Gaetano a ritrovare esattamente il punto dove avevamo calato la rete o le lenze, dato che sulla barca non c’era nessuno strumento per la navigazione; poi un giorno me lo spiegò. 

“Vedi Valerio, bisogna individuare due punti di riferimento a terra tipo: fari, campanili, cisterne per l’acqua, costruzioni un po’ alte, insomma, e si fa in modo che la linea della tua rotta passi per l’allineamento dei due punti, che in linguaggio navale si chiamano “Punti Cospicui”. A questo punto, muovendoti lungo la retta che passa per questi punti, manca solo di sapere a che distanza da terra è il punto che vuoi raggiungere, ma per questo ti regoli con la velocità nota della barca e un orologio: se vai a 4 nodi sai che dopo un’ora ha fatto circa 4 miglia. Ovviamente questo modo empirico va bene per la navigazione sotto costa e non è molto preciso. Ma per il livello di approssimazione che serve a noi va benissimo.”

Una cosa che mi piaceva tanto di quella esperienza era che ad ogni uscita si imparava qualcosa di nuovo e cresceva la mia passione per il mare e per la navigazione. Poi Gaetano era veramente un bravo marinaio, cresciuto su una nave, aveva navigato per i mari di mezzo mondo. Si era imbarcato a sedici anni come mozzo su un peschereccio d’altura, quando ancora stava frequentando l’Istituto Nautico e da allora aveva passato intere stagioni in mare, su una nave frigorifero aveva circumnavigato l’Africa e su una nave posa cavi aveva attraversato in lungo e in largo il Mediterraneo. Dopo il diploma aveva anche iniziato il corso per Allievi Ufficiali di Coperta, per iniziare la lunga trafila per diventare Comandante di nave mercantile ma, a metà percorso, un armatore gli offrì il comando di un peschereccio d’altura e lui, un po’ per i soldi, un po’ perché era quello il lavoro che gli piaceva fare, accettò senza riserve. Perso nei miei ricordi delle belle estati passate qui, non mi sono accorto di essere arrivato sulla spiaggia, proprio dove stava il vecchio argano. Il gozzo non c’è più e del marchingegno per tirarlo in secca è rimasta solo una piccola piattaforma di cemento e qualche ferro arrugginito. Davanti alla spiaggia è stata realizzata una diga frangiflutti di scogli che si può raggiungere anche da riva camminando sopra una striscia di sabbia e pietre. Anche se non ho proprio le scarpe adatte, mi avventuro sugli scogli per raggiungere la parte estrema e guardare il paese dal mare. Mi tolgo l’impermeabile e mi metto seduto sull’ultimo scoglio, una grossa pietra piatta che sembra proprio fatta a posta. Da qui la prospettiva è quella che vedevamo tornando dalla pesca: il borgo dei pescatori, fatto di case basse e colorate che arrivano fin quasi sulla spiaggia, a destra il fiumiciattolo che guadagna l’accesso al mare scavando un canyon nella sabbia, a sinistra il porticciolo, che l’estate si riempie di barche a vela e piccole barche a motore. I grossi yacht qui non ci vengono, non è un posto alla moda e non ci sono locali interessanti per VIP e affini. Dietro le casette del villaggio, spuntano dei palazzi che invece prima non c’erano. 

Percorro con lo sguardo la riva sabbiosa, dove sono gli stabilimenti balneari. La cosa che mi sorprende è che, anche fuori stagione, questo posto non ha un’aria desolata come accade in altre località, non suggerisce abbandono e degrado, piuttosto conserva l’aspetto un po’ malinconico del mare d’inverno. Qualcosa di intimo, destinato solo a quelli che sanno leggere il fascino, un po’romantico, di questi luoghi.  I miei occhi vanno su un’insegna scolorita: “La Bussola”, che mi provoca una stretta allo stomaco, è tra i suoi ombrelloni e sedie a sdraio che conobbi Carla.

Carla è stato il primo amore vero della mia vita, non avevo compiuto ancora quattordici anni. A qualcuno verrà da ridere: “Ma come? A quattordici anni sei un ragazzino, che ne sai dell’amore!?” Costui non ricorda lo scombussolamento generale, l’emozione vera e profonda che ti travolge quando ti prendi una “cotta” a quell’età, e se non l’ha mai provata ha tutta la mia compassione. Ammetto di essere stato un po’ precoce per certi aspetti ma questa storia con Carla, che non durò una sola estate, fu la linea d’ombra della mia vita sentimentale perché, da quel momento, le ragazze iniziarono ad avere un ruolo diverso nella mia esistenza. Fu un amore a prima vista, occhi castani, capelli neri, corti, un po’ mossi, alta come me, un costume azzurro due pezzi che non nascondeva i primi segni della pubertà e un sorriso che ti apriva il cuore e che ho ancora stampato in mente come una fotografia. Sembrava più grande delle sue coetanee per il suo modo di fare, sicuro e spigliato, confesso che mi mise subito in soggezione. A quell’età non sai come comportarti e da che parte incominciare. La strategia di base era quella di frequentarla il più possibile. Eravamo un gruppo ben nutrito di ragazzi e ragazze, tutti più o meno della stessa età, che si rincontravano ogni anno durante il periodo delle vacanze. Alcuni vivevano proprio lì, altri si trasferivano dai nonni non appena finite le scuole, altri ancora erano in vacanza con la famiglia ma, questi ultimi, cambiavano spesso di anno in anno mentre tutti gli altri costituivano lo “zoccolo duro” del gruppo. La famiglia di Carla aveva una casa a Marina di Trezzo e la madre con i due figli, perché Carla aveva un fratello di poco più grande, si trasferiva al mare per tutto il periodo estivo.  Dopo un po’ di tempo che uscivamo sempre in gruppo, cominciai a pensare come fare per trovarmi solo con lei, poi, finalmente, mi feci coraggio e le proposi di andare, una sera, a pattinare insieme. Lei accettò subito e la sera stessa ci vedemmo alla pista di pattinaggio che era vicino a una zona dove si era insediato un piccolo luna-park itinerante. Vederla fuori dal contesto della spiaggia, vestita con jeans e un maglioncino di cotone bianco, mi provocò un ulteriore scombussolamento. Alla fine della serata, dopo aver pattinato insieme, mangiato lo zucchero filato passeggiando tra i carrozzoni del luna park e chiacchierato ininterrottamente per ore, la riaccompagnai a casa sua che era poco distante dal villaggio dei pescatori. Quando arrivò il momento di salutarci ero lì indeciso su cosa fare quando lei, senza pensarci troppo, mi stampò un bacio sulle labbra e, regalandomi uno dei suoi sorrisi, mi disse:

“Grazie della magnifica serata, spero che ne avremo presto altre” e sparì dietro al cancello di casa, lasciandomi lì impalato mentre farfugliavo un:

“Ciao, a domani, anche io mi sono divertito tanto…”.

Mi aveva baciato! Non sulla guancia, ma sulla bocca! Il cuore in gola, le guance avvampavano per l’emozione. Viene da ridere a pensare che per così poco un ragazzino si potesse emozionare a tal punto, ma era la fine degli anni ’60, la società italiana era provinciale e un po’ bigotta, il perbenismo regnava sovrano e in casa di certe cose non si parlava. Noi crescevamo all’oscuro di tutto, trattati come perenni bambini e la nostra emancipazione passava solo per le esperienze dirette. Chi aveva fratelli o sorelle più grandi poteva sfruttare i loro racconti e la loro esperienza; per chi, come me, era primogenito o figlio unico, la strada era tutta da scoprire.  Quella sera tornai a casa camminando a un metro da terra e mi addormentai pensando intensamente alla sensazione di quel bacio. Quell’estate passò troppo in fretta, tra giornate di pesca con il padre di Tonino, passeggiate e uscite serali con Carla, alla quale non ebbi mai il coraggio di dire quello che sentivo per lei. Era evidente che lei aspettasse da me il primo passo, ma io ero troppo imbranato per capirlo e, ogni volta che stavo per farlo, mi facevo cogliere dal panico e lasciavo perdere. In compenso Tonino, più sveglio di me, aveva capito tutto e cominciava a essere geloso del tempo che dedicavo a Carla trascurando, secondo lui, la nostra amicizia. Se penso ai ragazzi di oggi, mi rendo conto di quanto noi eravamo inibiti e repressi da un’educazione bigotta che faceva mancare il dialogo nelle famiglie, ammantando tutto di perbenismo. C’era stato il ’68 e poi arriveranno gli anni ’70 che faranno saltare il banco, mettendo sottosopra quel modello di società. Ma fu il primo spartiacque dell’incipiente adolescenza. L’autunno seguente avrei iniziato il liceo e questo mi avrebbe aperto nuove esperienze e nuovi orizzonti.

Quando l’estate successiva tornai a Marina di Trezzo sembrava fosse passato un secolo, mi sentivo grande: leggevo il giornale, mi interessavo di politica, avevamo fatto il primo sciopero a scuola e manifestato in piazza con altre migliaia di studenti, mi sentivo parte di qualcosa di grande che stava accadendo. L’amicizia con Tonino era rimasta ed era sincera, ma mi rendevo conto delle diverse strade che stavamo prendendo. Lui si era iscritto all’istituto professionale, non aveva mai avuto molta voglia di studiare e scalpitava per andare a lavorare prima possibile e avere in tasca soldi suoi. La famiglia non gli faceva mancare nulla, ma lui voleva essere economicamente indipendente e non gravare più su di loro. Penso che dipendesse anche dal fatto che si rendesse conto che il lavoro del padre fosse molto usurante, lo vedeva tornare sempre più stanco dai giorni passati in mare e questo, per un bravo ragazzo, con un grande senso di responsabilità, come era lui, era un motivo più che sufficiente per sbrigarsi a dare una mano e a non essere di peso alla famiglia. Riflettendo ora mi rendo conto dei due diversi livelli di maturità che stavamo acquisendo. Io stavo sviluppando una maggiore consapevolezza del momento storico che vivevamo. Leggevo molto, partecipavo alle assemblee e ai dibattiti a scuola con ragazzi molto più grandi di me; il liceo era un crogiolo di idee e sollecitazioni che partivano dagli studenti ma anche dai professori. Lui invece era molto concentrato sulla sua famiglia e sulle loro esigenze primarie. Da quel punto di vista era molto più maturo e consapevole di me, che certi problemi proprio non me li ponevo. Ci eravamo visti qualche volta durante l’inverno, per andare al cinema e a un concerto dei primi cantautori che cominciavano ad affacciarsi sulla scena romana, ma quando ci rincontrammo quell’estate, ci trovammo reciprocamente molto cambiati. Lui era diventato più alto e robusto, a quell’età si cresce in fretta, io molto meno, ero rimasto un metro e settanta e così sarei rimasto vita natural durante. Però in compenso ero coperto di peli neri e la prima barba faceva capolino a incorniciare il viso. Anche se diversi, avevamo un grande piacere a passare il nostro tempo insieme. Io leggevo Erich Fromm e Bertrand Russell, lui il Corriere dello Sport e Tex Willer (che in verità non disdegnavo neanche io), ma questo non toglieva nulla alla nostra amicizia, maturata nelle lunghe ore in mare o sotto le stelle aspettando l’alba prima di riprendere il largo. Il mare unisce e suggella i rapporti tra le persone, la fatica e il freddo condivisi, così come i colori dell’aurora o le infinite sfumature di blu del mare aperto, le mangianze dei tonni in superficie con i branchi di sardine che fuggono in ogni direzione, il ritmico toc-toc del motore, che scandisce il tempo quando rientri stanco in porto, con le braccia che ti dolgono per la fatica. La nostra era un’amicizia semplice, istintiva, fatta di poche cose essenziali e di rare parole. Quell’anno Tonino aveva trovato un ingaggio come aiuto-bagnino allo stabilimento La Bussola e propose anche a me di farlo; cercavano un’altra persona e lui si era già buttato avanti proponendomi al gestore. Dopo un attimo di titubanza accettai, non avevo mai preso in considerazione un impegno del genere ma, in fondo, si trattava soprattutto di allestire la spiaggia la mattina: mettere le sedie a sdraio, aprire gli ombrelloni, controllare le cabine, mettere il pattino di salvataggio vicino alla riva e dare assistenza ai bagnanti in caso di problemi. Poi, sinceramente, mi “sfiziava” non poco girare per la spiaggia con la canotta rossa con scritto “bagnino” e atteggiarmi con le ragazze. Ho la carnagione scura e, dopo pochi giorni al sole, divento color caffellatte, questo mi da un’aria da nativo e mi potevo spacciare per “uomo di mare”.  Non immaginavo però che il nostro impegno sarebbe andato ben oltre le nostre previsioni. Aspettavo con ansia che arrivasse anche Carla, in quegli anni ancora non esistevano né i telefoni cellulari né tantomeno internet e i social, se abitavi in due paesi diversi o ai due estremi di una grande città, l’unico mezzo, oltre al telefono di casa, erano le lettere e le cartoline postali. Ero riuscito ad andare a trovarla una sola volta, durante le vacanze di Natale, prendendo tre autobus all’andata e altrettanti al ritorno. A lei, ovviamente, essendo una ragazza, non era consentito allontanarsi troppo dal quartiere. In compenso ci scrivevamo spesso, raccontandoci il nostro quotidiano fatto di studio ma anche di tanti altri interessi che in parte condividevamo. In soffitta ho una scatola di legno  con tutte le lettere che ho ricevuto nella mia vita,  ci sono anche le sue.  Mi ricordo che scriveva su carta da lettere di colore celeste, decorata con disegni di piccoli uccelli. Quando arrivò, ero al bar dello stabilimento a bere un chinotto insieme a Tonino; questo era uno dei vantaggi dell’aiutante bagnino, le consumazioni al bar erano gratuite così come i giri in pattino fuori dall’orario di servizio. Rimasi colpito da quanto era cambiata ed erano passati solo sei mesi dall’ultima volta che l’avevo vista. Un ombretto azzurro leggero sulle palpebre, gonna blu a pieghe, leggerissima che svolazzava a ogni alito di vento, camicetta a fiori con tinte chiare pastello e Superga bianche ai piedi con calzini sempre bianchi alla caviglia, ho ancora l’immagine fissa in testa come se fosse una foto stampata nella memoria. Ma quello che più notai era la maggior sicurezza con cui si muoveva e un’espressione diversa del viso, non era più una ragazzina, era una giovane donna. Rimasi per un attimo bloccato, indeciso su cosa fare ma, come al solito, fu lei a prendere in mano la situazione, venne verso di noi, salutò Tonino, poi mi abbracciò e baciò sulla guancia sussurrandomi all’orecchio: “Come sei fico con la divisa da bagnino“, sfottendomi amabilmente. Ricordo il suo profumo, penso fosse gelsomino, e per un attimo mi girò la testa.

“Ci vediamo più tardi” aggiunse, e si allontanò per andarsi a cambiare. Rimasi lì imbambolato mentre Tonino si sbellicava dalle risate e mi dava di gomito dicendo:

“Ma che gli fai tu alle donne?!” e giù a sghignazzare.

Quando avevo accettato di fare l’aiuto bagnino con Tonino, non avevo considerato che, mentre Carla e gli altri si divertivano a giocare sulla spiaggia a pallavolo, bocce, tamburelli (erano i racchettoni di allora) e a farsi il bagno, io mi sarei dovuto occupare di altro o rimanere comunque indifferente e non farmi coinvolgere. Infatti, il primo mese fu un supplizio; in aggiunta a questo dovetti pure mal sopportare i “mosconi” che cominciavano a girare intorno a Carla. Ragazzi più grandi di me che, attratti dalla sua indubbia bellezza, cercavano in tutti i modi di attaccare bottone. Per fortuna la zia, un cerbero messo lì di guardia allo scopo, teneva tutti lontani con il solo sguardo. Ma, per fortuna, poi c’era il calcio! Cosa c’è di meglio che far parte della stessa squadra di calcio per sentirsi dalla stessa parte e per mettersi in mostra davanti alle ragazze? Ogni anno si giocava il torneo delle spiagge che vedeva la partecipazione di squadre di calcio in rappresentanza degli stabilimenti balneari. Le squadre erano composte da chi lavorava presso uno stabilimento e dai bagnanti che quell’anno lo frequentavano. La Bussola aveva una squadra abbastanza forte, io giocavo terzino destro e Tonino, alto e robusto, centrale di difesa. La competizione tra le varie rappresentative era molto accesa e le partite non di rado finivano a “mazzate” anche sugli spalti. Avevamo con noi tre ragazzi in vacanza che giocavano nelle giovanili di serie minori, ma lo stabilimento “L’Orsa Maggiore”, aveva in squadra due ragazzi della Roma Primavera, due veramente forti. Dopo aver vinto il nostro girone abbastanza agevolmente, avevamo avuto accesso alla finale contro “L’Orsa Maggiore”. Vincemmo la partita uno a zero, con un unico tiro in porta da parte nostra, subendo novanta minuti di attacchi da parte degli “Orsi”. La nostra difesa era diventata un fortino che difendevamo spalla a spalla. Tonino svettava di testa sopra agli avversari mentre io correvo a destra e a sinistra per tappare i buchi del nostro centrocampo. A me toccò di marcare l’ala sinistra che era uno dei ragazzi della Roma Primavera, una saetta. Non era grosso ma aveva mestiere ed era velocissimo. Confesso che dovetti spesso ricorrere al fallo, tanto che a un certo punto reagì dandomi una ginocchiata ai “santissimi” e lasciandomi a terra senza fiato. Beccò l’ammonizione, ma a vendicarmi ci pensò Tonino, che era molto più abile a fare fallo senza farsi vedere, con una bella entrata da dietro che mandò in tribuna palla e piede del giocatore. Fu un’autentica battaglia e finimmo stremati, ma avevamo vinto il Torneo delle Spiagge, e questo attimo di gloria sarebbe rimasto negli annali dello stabilimento, con la coppa esposta in bella mostra al bar, per perenne memoria.

 Poi accadde un fatto che cambiò il corso di quell’estate. Una mattina di fine luglio, avevamo esposto la bandiera rossa che segnalava il divieto di balneazione per mare troppo mosso. I giorni prima aveva tirato un forte libeccio e c’era il tipico mare “in scaduta” con cavalloni che si abbattevano sulla spiaggia con un’intensità che andava scemando ma con tantissima corrente di risacca che spingeva verso il largo. Ce ne stavamo tranquilli seduti sotto l’ombrellone destinato ai bagnini che si trovava proprio vicino alla riva a fianco al pattino, quando una signora anziana tutta trafelata corse verso di noi gridando:

“Aiuto! Aiuto! Mio marito non riesce più a tornare a riva, si deve essere sentito male. Aiuto!”.

Guardammo verso il mare e vedemmo un uomo sulla settantina che cercava di nuotare verso riva ma la risacca lo spingeva sempre più al largo. Poi a un certo punto smise di nuotare e si mise a fare “il morto a galla” per resistere alle onde. Fausto, il bagnino, si era allontanato un attimo per fare una commissione, io e Tonino ci guardammo, poi senza pensarci su, gridammo alle persone che erano accorse di andarlo a cercare, ci togliemmo le magliette e ci buttammo per raggiungere il malcapitato. Eravamo dei discreti nuotatori e lo raggiungemmo in poco tempo. L’uomo era cianotico, e respirava a fatica, ci disse:

“Tranquilli, faccio il morto a galla e arrivo a riva”.

In realtà stava andando sempre più al largo e non riusciva più a tenersi a galla con le sue forze. Ci mettemmo ai suoi lati e cominciammo a nuotare verso riva, ma per ogni metro che facevamo in avanti la risacca ci spingeva indietro di due. Non so quanto durò quel momento ma a noi sembrò un’eternità. L’anziano stava male, doveva essergli successo qualcosa, e non aiutava, anzi, era ormai un peso morto. Vedevo i capannelli di gente sulla riva che ci guardava, indicando dalla nostra parte, ma a nessuno passava per la testa di venirci ad aiutare. Cominciavo a essere veramente stanco e a preoccuparmi di non farcela quando, come una fatina delle favole, o meglio una sirena, comparve una ragazza sui trent’anni che si era resa conto della nostra difficoltà e si era buttata per darci una mano. Era un’esperta nuotatrice e prendendo sotto il mento l’uomo, che aveva ormai quasi perso conoscenza, e nuotando a dorso, ci alleggerì un po’ il peso e riuscimmo a guadagnare qualche metro e tirare il fiato.  Anche così però la situazione non sarebbe stata sostenibile a lungo. Per fortuna, dopo poco, arrivò Fausto con il pattino, la ragazza si arrampicò su un galleggiante del mezzo di salvataggio, mettemmo una ciambella intorno al nonno e lui lo rimorchiò fino a riva. Nel frattempo, sulla spiaggia era arrivato l’equipaggio di un’autoambulanza, attrezzato con respiratore e bombola di ossigeno, che caricò l’uomo sulla barella e lo portò al più vicino ospedale. Noi intanto arrancavamo verso riva, mi ricordo che dissi a Tonino:

“Ce la fai?”.

Lui mi rispose con un gesto come dire “vai pure”, e dopo qualche minuto arrivammo, stremati sulla spiaggia. Le persone si erano disperse, erano rimasti solo Fausto e i nostri amici. Lui ci raggiunse e ci diede una tremenda strigliata:

“Siete due incoscienti, ci potevate lasciare la pelle, quello era un vecchio coglione che ha ignorato il divieto di balneazione, voi siete due ragazzi giovani, che vi è passato per la testa?”.

Tonino rimase senza parole, ma io che sono orgoglioso e prendo facilmente d’aceto gli dissi:

“Se non ci fossimo buttati avresti raccolto un cadavere, saremo pure degli idioti, ma io pensavo che fossimo qui pure per questo. Non pretendo una medaglia ma un cazziatone proprio no! E che cazzo!”.

Fausto rimase sorpreso dalla mia reazione. Avevamo tutti i nervi tesi e mi resi conto che anche a lui tremavano le mani. Ero pronto ad affrontare una seconda reprimenda quando, invece, ci prese per la nuca a me e a Tonino, con quelle sue manone callose e ci abbracciò insieme dicendo:

“Ho avuto paura per voi, il vecchio coglione se l’era cercata, ma non potevo pensare che, per colpa sua, voi rischiaste così tanto. Da quando faccio questo lavoro ne ho visti tanti che non ce l’hanno fatta e alcuni sono morti proprio a causa di qualche cretino che si era messo nei guai”.

Poi ci mollò due scapaccioni dietro il collo e disse:

“Per oggi andatevene a casa, ci penso io a sistemare questa sera”

Durante tutto questo, la tribù dei nostri amici era rimasta intorno a noi. Ci guardavano con affetto e ammirazione e fu bello sentirli così vicini. Avevamo l’adrenalina a mille e ci era chiaro il pericolo che avevamo corso. Sentii un braccio sulle spalle, mi girai e mi trovai di fronte Carla che, porgendomi un asciugamano mi disse: 

“Ho avuto tanta paura, siete stati grandi, vi voglio bene” 

Ecco, tutto bello ma quel “vi” non mi era piaciuto. Lui che c’entra? Doveva dire “ti” voglio bene, allora sarebbe stato perfetto, il nostro eroe che torna dal salvataggio e la sua bella che l’attende con una corona di alloro, metaforicamente parlando. Invece quel “vi” cominciò a rodermi dentro come un tarlo e una vena di gelosia cominciò a farsi strada. Quante fesserie mi ha fatto fare la carenza di autostima! Io e Tonino salutammo gli amici e andammo lentamente verso casa. Non avevamo intenzione di raccontare nulla ai suoi genitori, per evitare altri, inutili, rimproveri. Il bello e il brutto, dell’adolescenza è proprio questo. Fai tutto di pancia, sulle ali dell’entusiasmo. Sei come sei, senza compromessi e mediazioni. Ti puoi fare male in molti modi, ma sei vivo, sincero, immediato, tanto poi, crescendo, non te lo potrai più permettere. Con Tonino ci sostenevamo a vicenda, ciascuno di noi cercava nell’altro la sicurezza dell’amico su cui puoi contare nei momenti difficili, e quelle esperienze vissute, anche drammatiche. erano ulteriori conferme del nostro rapporto di amicizia. Ripensavo a quegli “ignavi” sulla riva che ci guardavano senza far nulla. Sono quelli che, al giorno d’oggi, se uno sta affogando o se viene travolto da un tram, lo riprendono con il telefonino e lo “postano” su Instagram. Ripensandoci ora, infatti, questa categoria di escrementi umani è sempre esistita.

Intanto il sole sta calando e la luce radente colora di arancio le facciate e i muri di recinzione delle case. Non è una giornata fredda e il mare è immobile con una timida risacca che fa sentire la sua presenta con un tenue fruscio. Era tantissimo tempo che non pensavo a quegli anni e solo il fatto di essere dovuto tornare qui, mi ha fatto riesumare questo scrigno di ricordi che tenevo ben custodito in un angolo protetto e recondito di me. Quando con Tonino arrivammo a casa, Gaetano con la moglie ci stavano aspettando, sapevano già tutto, ma contrariamente a quanto pensavamo, non ci sgridarono, anzi. Elvira aveva gli occhi arrosati, evidentemente aveva pianto, ma Gaetano ci guardò, prese due bicchierini da liquore dalla credenza, stappò la bottiglia di Marsala e li riempì fino all’orlo, ci sorrise e disse:

“Bevete un goccetto che vi asciuga e vi fa digerire tutta l’acqua che vi siete bevuti. La prossima volta che volete fare gli eroi portatevi almeno un salvagente. Comunque, bravi! Sono orgoglioso di voi! La ragazza che vi ha aiutato è la figlia del Sindaco e ormai lo sa tutto il paese”.

Bevve anche lui un bicchierino di Marsala e aggiunse:

“Quando il mare ti maltratta non bisogna fuggire ma ritornare al mare, oggi il mare è in scaduta e questa sera sarà più calmo con il pesce tutto sotto riva, al tramonto andiamo a pescare con la sciabica”.

In quegli anni la pesca con la sciabica da riva era un fatto sociale. Ci si riuniva sulla spiaggia, parenti e amici, e si dava inizio a quello che era un rito che sarebbe terminato mangiando, tutti insieme, il pesce pescato, per la maggioranza cefali, cotto sui fuochi accesi sulla sabbia. La tecnica di pesca con la sciabica si faceva con una rete lunga circa cento metri. Un capo rimaneva a terra mentre una barca a remi (noi usavamo il pattino dello stabilimento) la deponeva a semicerchio, con la concavità rivolta verso la spiaggia, fino a ricondurre l’altro capo nuovamente a terra. Per raccogliere il pescato la sciabica veniva tirata a terra da due squadre di volontari, pescatori per l’occasione, che gradualmente stringevano il sacco verso terra. Ad un certo punto bisognava entrare in acqua e tenere alto il bordo superiore, dove sono i galleggianti, per impedire che i pesci saltassero fuori. Quella volta questo compito tocco a me, a Tonino e a Gaetano, immersi fino alle ascelle tenevamo alti i bordi della rete, arretrando lentamente verso la spiaggia. Intanto due squadre di volontari composte da uomini di ogni età, donne e bambini, recuperava i due capi tirando forte come una specie di tiro alla fune.  A mano a mano che ci si avvicinava a riva e la rete si stringeva sempre di più intorno ai pesci rimasti imprigionati, cresceva la frenesia di vedere cosa si era catturato. La rete che usava Gaetano era a maglie larghe per prendere solo i grossi cefali e le spigole che venivano in caccia sotto riva e per non danneggiare i pesci piccoli[2]. Quella sera sulla spiaggia arrivò mezzo paese. Si era sparsa la notizia che Gaetano portava la sciabica e nessuno voleva mancare a quell’occasione di festa. Ognuno portava qualcosa: chi portava boccioni di vino, chi pane e formaggio, chi si presentava con i barattoli di sottoli fatti in casa, chi con una teglia di pomodori con il riso e così via. Noi avremmo contribuito con il pesce pescato, e fu una vera pesca miracolosa. Prendemmo tanti grossi cefali e due spigole giganti per la gioia di tutti i convenuti. Fu una grande festa, vennero accesi quattro fuochi sulla sabbia e qualcuno portò una rete del letto da usare come griglia per cuocere il pesce.  Un ragazzo aveva portato un mangiadischi con una pila di 45 giri e, finito di mangiare, alcuni si misero a ballare. Da James Brown ai Beatles, da Battisti ai Formula 3, la festa si protrasse fino a notte inoltrata. Quando già era iniziato tutto da un pezzo, arrivarono anche Carla con la famiglia e si unirono subito ai festeggiamenti. Io ho sempre odiato ballare, mi sarebbe piaciuto saperlo fare ma, dato che mi muovevo come uno spaventapasseri impacciato, preferivo evitare accuratamente tutte le occasioni in cui questo potesse succedere. In genere trovavo un angolo tranquillo dove non farmi notare, sperando che nessuna mi chiedesse di ballare, cosa che, invece, immancabilmente accadeva. Anche in quell’occasione non riuscii a farla franca e defilarmi. Dopo poco che era arrivata, Carla mi puntò come un segugio e, sulle note di “Get Up” di James Bown, mi invitò a ballare con fare sciolto e ammiccante. Quelle sono le situazioni in cui vorrei sparire; non mi andava di fare l’orso ma, d’altra parte, pensavo che sarebbe stato molto peggio rendermi ridicolo. Mi sottrassi al suo invito con suo disappunto fingendo una momentanea distorsione alla caviglia. Passate le due di notte, le persone cominciarono a sciamare verso le loro case e intorno al fuoco rimanemmo in una ventina, tra cui il mio gruppo di amici compresi Carla e Tonino, non convinti che la festa dovesse già finire. Quello del mangiadischi aveva portato anche una chitarra ma la suonava veramente male. Mi ero bevuto qualche bicchiere di vino rosso e l’alcol ingerito ebbe il merito di farmi vincere le ataviche inibizioni tanto che, a un certo punto, gli chiesi se poteva darmi la chitarra. In quegli anni studiavo da privatista per dare gli esami al Conservatorio e con la chitarra me la cavavo discretamente bene ma, per la solita timidezza, evitavo accuratamente di esibirmi in pubblico. Nessuno di loro mi aveva mai sentito suonare, avevo anche una bella voce e intonai “Imagine” di John Lennon. Colsi tutti di sorpresa, in modo particolare Carla e Tonino, che pensavano di conoscermi meglio; quella situazione più intima e raccolta mi faceva sentire a mio agio e, aiutato da un altro po’ di rosso, di quello buono, liberai una parte di me che nessuno conosceva. Alcuni che sapevano le parole si unirono a cantare il pezzo. Appena terminato ricevetti i complimenti di qualcuno e qualcun altro subito mi chiese:

“Conosci “Father and Son” di Cat Stevens? E di Simon e Garfunkel che sai fare? Ma le canzoni italiane non le sai fare? Io non lo so l’inglese”.

E fu così che mi trasformai in un jukebox. Dato che la maggioranza si trovava più a suo agio con la musica italiana, mi spostai sui Camaleonti, Dik Dik e I Nomadi, ma in tanti mi chiesero canzoni di Mina, Gino Paoli, Luigi Tenco, Gianni Morandi e la notte fu pervasa da un’atmosfera più intimista, dal pop all’esistenzialismo. Sulla scia dei gruppi musicali stranieri che, dalla fine degli anni Sessanta, stavano rivoluzionando la musica pop e rock di mezzo mondo, anche in Italia nascevano complessi come la PFM, Il Banco del Mutuo Soccorso e tanti altri, che esprimevano un nuovo modo di intendere la musica. Sulle spiagge però la musica melodica continuava a tenere banco ed era più funzionale agli scopi, l’estate era la stagione degli amori, dei flirt e delle cotte che non sempre avevano un futuro, ma a volte erano belle proprio per questo. Suonai “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” che cantarono tutti a squarciagola poi, quando ormai pensavo di finirla lì, guardando Carla negli occhi e tirando fuori un coraggio che non pensavo di avere, mi misi a cantare: 

Che cosa c’è 
c’è che mi sono innamorato di te 
c’è che ora non mi importa niente 
di tutta l’altra gente 
di tutta quella gente che non sei tu 

Quando la bellissima canzone di Gianni Paoli terminò, accadde qualcosa di inaspettato, almeno per me. Mentre gli altri, mezzo addormentati o accoccolati vicino al fuoco, non si erano accorti di nulla, Tonino si alzò e se ne andò senza salutare nessuno. Carla che mi aveva lanciato occhiate tenere per tutta la durata del pezzo, a quella reazione di Tonino, diventò tutta rossa. Era seduta di fronte a me dalla parte opposta del falò, ormai quasi spento. Raccolse le gambe piegate tra le braccia e vi nascose il viso. Rimanemmo per un po’ così in uno strano limbo. Cercavo di capire, ma mi rendevo conto che qualcosa di spiacevole era accaduto o stava accadendo. Avevo paura a chiedere, poi, rompendo gli indugi, svegliai quelli addormentati e dissi agli altri:

“E’ ora di andare a dormire, buona notte a tutti e grazie per la chitarra”

Misi una mano sulla spalla a Carla, che era rimasta con la testa contro le ginocchia. Lei alzò il viso e mi guardò, aveva gli occhi pieni di lacrime, disse con un filo di voce:

“Mi dispiace…”.

“Ma di cosa? Che succede?” le chiesi, e avevo paura della risposta.

“Io, io non voglio rovinare la vostra amicizia, ma che ci posso fare?”.

“La vostra amicizia? Carla, ma che c’entra la nostra amicizia? Che c’entra Tonino? Perché se n’è andato così? E tuperché piangi? Che succede?” l’ansia cominciava a stringermi la gola, pensavo: “No, ti prego no, con Tonino no”.

“Tu non ti accorgi mai di niente!” disse con impeto, risentita.

“Di cosa mi dovevo accorgere?” pregando che non fosse come immaginavo.

“Tonino si è preso una cotta per me, sei l’unico che non se n’è accorto” mi rispose, prendendomi per la maglietta con entrambe le mani sempre più agitata.

“E tu?” chiesi, con la voce che mi tremava e una sensazione di panico che mi stringeva lo stomaco. Mi guardò dritto negli occhi, mi tirò a sé prendendomi per la maglietta e mi diede un bacio vero, lungo, interminabile. Il primo bacio vero della mia vita.

Quando si staccò mi disse:

“Ma perché mi sono innamorata di uno così cretino?!”.

Ero tutto scombussolato, una gioia immensa mista a confusione e a preoccupazione per Tonino e per la nostra amicizia. Chiaramente, l’innamoramento per Carla e il fatto di essere ricambiato prevaleva su tutto il resto, ma a quell’età i sentimenti sono intensi e totalizzanti, e anche un rapporto d’amicizia, per un ragazzo, ha un’importanza assoluta. Nell’adolescenza l’amico diventa parte integrante della propria vita. Con Tonino ci eravamo conosciuti dietro un banco di scuola, eravamo molto diversi, eppure si era creata una intesa perfetta che pensavo sarebbe durata tutta la vita. Avevamo caratteri diversi, atteggiamenti nei confronti della vita differenti, ma erano stati gli ingredienti che alimentavano quel sentimento. Insieme avevamo fatto cose che probabilmente da soli non avremmo mai fatto. Ora la paura di perderlo come amico stava quasi bilanciando la gioia di avere l’amore di Carla. Rimanemmo lì sulla spiaggia, ormai soli, e al primo si aggiunsero tanti altri baci, appassionati e infinite tenerezze. Quando, a notte fonda, tornai alla casa dei genitori di Tonino, dopo aver accompagnato Carla, mi girava la testa per tutto quello che era accaduto. Trovai la porta che dava sul giardino aperta, come al solito. Io e Tonino dormivamo nella stessa stanza, non sapevo se augurarmi che fosse sveglio o no. Entrai silenziosamente, era girato di spalle e non capii se stesse dormendo. Più tardi seppi che non era così. La mattina presto ci svegliò, come al solito, la madre di Tonino. Anche Gaetano era in piedi, partiva per un nuovo imbarco e sarebbe rimasto fuori tre settimane. Dovevano aver intuito che era successo qualcosa perché nessuno accennò o fece commenti sulla festa della sera prima. Bevemmo il caffè e facemmo colazione in silenzio, fatto abbastanza strano per quella famiglia, poi Gaetano ci salutò con una pacca sulla spalla e se ne andò dicendo:

“Uhe! Ragazzi, mi raccomando, vegliate sulla mia signora, guai a voi se la fate preoccupare”.

Tonino non alzò neanche la testa dalla tazza del caffellatte e disse un laconico: 

“Ciao Pa’”

Come uscimmo da casa lo presi per un braccio e gli dissi:

“Tonino, dobbiamo parlare”.

“Non ho nulla da dirti” mi rispose senza guardarmi in faccia.

“Invece penso proprio di sì” insistetti.

“E che vuoi che ti dica? Ha scelto te, no? Quindi io mi devo fare da parte, la donna di un amico non si tocca” disse con tono risentito.

Quando pronunciò questa frase mi fece tenerezza. Era grande e grosso ma per certe cose era come un bambino.

“Senti Tonino, io non ti voglio perdere come amico, non può essere che per stare con Carla devo rinunciare a te. Io voglio bene a tutti e due, ovviamente in modo diverso. Di lei sono innamorato, ma della tua amicizia non posso fare a meno, per me sei più di un fratello” gli dissi in tono accorato.

Finalmente alzò la testa e mi guardò negli occhi, erano arrossati di un pianto trattenuto.

“Valerio, non ce la faccio! Mi dispiace, ma proprio non ce la faccio! Per me sei sempre il mio migliore amico, ma a vederti con Carla non ce la faccio. Ho bisogno di tempo per digerire questa situazione, lo so che non è colpa tua, né mia, né di Carla, è successo così, non ci possiamo fare nulla. Ora andiamo che si fa tardi”.

Era così Tonino, un cuore immenso in un corpo d’adolescente molto cresciuto. Essenziale e pragmatico, non gli piacevano tante chiacchiere e tante smancerie. Non amava far vedere i suoi sentimenti, li considerava le sue debolezze. Per non mettere in difficoltà Tonino e gli altri del gruppo, io e Carla cominciammo a uscire per conto nostro. Le lunghe passeggiate sulla spiaggia libera e poi le tenerezze in mezzo alle dune. Carla dimostrò una certa confidenza con le effusioni amorose che mi fece sorgere qualche dubbio su dove le avesse imparate. Però non mi cordogliai più di tanto e mi applicai da allievo entusiasta superando in alcuni casi la maestra. Mi ricordo che, quando ci lasciavamo, il suo profumo di gelsomino mi rimaneva sulla pelle per ore. Mi annusavo le mani per risentirlo, immaginando di averla ancora lì vicino. Quelle giornate passarono come se fossi diviso in due: il giorno con il lavoro sulla spiaggia, qualche uscita a pesca e rari momenti con il gruppo degli amici; la sera con Carla a mangiare una pizza, passeggiare con il gelato e ad appartarci tra le dune al calar del sole, con una voglia insaziabile di vivere questa nuova esperienza e di esplorare il primo rapporto vero della mia vita. I primi giorni fu dura. Tonino era sempre di cattivo umore, chiuso in un mutismo esasperante. Poi, con il passare del tempo, riacquistò il solito modo di fare un po’ discolo e canzonatorio. In fondo avevamo solo sedici anni e a quell’età le cose, così come vengono vissute intensamente, altrettanto velocemente vengono sostituite da altre che prendono il loro posto. Una mattina, mentre stavamo aprendo gli ombrelloni mi fa:

“Oh, Vale’, questa sera andiamo a rubare i cocomeri al campo di Zi’ Mario e facciamo una cocomerata a mezzanotte?”.

“Va bene” gli dissi un po’ sorpreso. Poi vedendomi pensieroso mi disse:

“E può venire pure quell’altra lì, mo’ perché si è accattata un carciofo come te non può mangiare il cocomero?!” e si mise a ridere.

Quando lo dissi a Carla tirò un sospiro di sollievo, quell’esilio volontario iniziava a pesarci e fummo entrambi ben felici di ritrovarci con il gruppo. Quella notte capii anche a cosa era dovuto il cambio di umore di Tonino. Appena fuori dal paese, c’erano sterminati campi di meloni e cocomeri. Partimmo in massa, appena fatto buio, e “razziammo” qualche cocomero e alcuni meloni, erano talmente tanti che non se ne sarebbe accorto nessuno. Raggiungemmo un fontanile che era poco distante, proprio al confine di una pineta. Immergemmo la refurtiva nell’acqua fresca aspettando che raggiungesse la temperatura giusta per essere mangiata. Quando eravamo più piccoli andavamo a quel fontanile di notte per fare una gara di coraggio. In paese si raccontava che, nelle notti di luna piena, un paesano, non meglio identificato, si trasformava in lupo mannaro e andava e rinfrescarsi proprio a quel fontanile. La sfida consisteva a chi rimaneva per più tempo lì vicino senza scappare. Ce la facevamo sotto dalla paura, qualche cretino cominciava a fare versi e a dire cose “paurose”, finché non succedeva che il primo si desse alla fuga. Allora cominciava un fuggi fuggi generale. Spesso la prova di coraggio la vinceva Tonino, io non ho mai vinto. Quando, a tarda ora, i cocomeri e meloni si erano sufficientemente rinfrescati, iniziava il banchetto che si concludeva immancabilmente con lo “sputazzamento” dei semi di cocomero e con il lancio delle “cocce”. Alla fine, eravamo talmente inzaccherati e appiccicosi che un bagno in mare era indispensabile; così tutti di corsa verso la spiaggia, alcuni si buttavano in acqua tutti vestiti, tanto stavamo sempre in costume e maglietta, per un bagno al chiaro di luna. Che belli quei momenti! Ti dimenticavi di tutto e facevi quello che ti passava per la testa. Tanto, eravamo tutti coscienti del cazziatone che ci attendeva al nostro rientro, ma faceva parte del gioco e non ce ne importava nulla. Per tutta la serata io e Carla avevamo evitato di scambiarci effusioni, comportandoci come normali amici, questo per non mettere a disagio Tonino e di conseguenza il resto del gruppo. Ma quale fu la nostra sorpresa quando, mentre eravamo tutti a fare il bagno in mare, vedemmo Tonino e Giada, un’altra nostra amica della comitiva, abbracciarsi e darsi un bacio. Per quanto stupito, subito pensai che questo avrebbe cambiato certamente, in meglio, la nostra situazione. Quel “fetente”, come al solito, non mi aveva detto nulla e, sotto sotto, aveva trovato rimedio alle sue delusioni amorose. Tonino era così, mai che ti dicesse cosa gli passava per la testa, mai che si aprisse a confidenze, salvo rare eccezioni. Io, al contrario, non sapevo tenere “un cecio in bocca”, come dicono a Roma; come avevo una cosa sullo stomaco subito l’andavo a raccontare a lui, almeno… quasi sempre. Anche Carla accolse la novità con un sospiro di sollievo e corse ad abbracciarmi mentre eravamo in acqua, la reazione meccanica sotto al costume fu immediata e impossibile da nascondere, provocando le sue risate. Il nostro esilio era terminato. Da quella notte la nostra estate continuò senza più intoppi, tra lavoro in spiaggia, giochi, scherzi e passeggiate con finale “sentimentale” tra le dune della spiaggia libera. Alle nostre “escursioni” spesso si aggregarono anche Tonino e Giada, salvo poi separarci al momento del “pomiciamento”. Anche questa complicità si aggiunse alle altre e il rapporto tra me e Tonino diventò sempre più forte. Le difficoltà superate insieme uniscono così come le esperienze importanti della vita e quello che consolidi nell’adolescenza spesso rimane per sempre. Anche quell’estate passò come passarono le successive, tra innamoramenti, piccoli drammi, giochi e prove di maturità, intese come tentativi di crescere e diventare adulti. Le uscite a pesca erano diventate meno importanti e Gaetano, da uomo di mondo e di mare, si rese conto che ormai le nostre priorità erano altre. 

L’anno seguente Carla mi lasciò. D’inverno a scuola aveva conosciuto uno del quinto e si era messa con lui. Me lo disse il primo giorno non appena ci incontrammo. Dolore atroce, quante lacrime, penso di non aver mai pianto così tanto. Rimasi chiuso in camera per tre giorni, uscendo solo per mangiare e andare in bagno. Provavo un gusto masochista a sentire le nostre musiche e ripensare alle cose fatte insieme. Tonino cercava di tirarmi fuori di lì ma io non sentivo ragioni, volevo star male, ma non durò molto. Fortunatamente era l’inizio dell’estate e feci in tempo a mettermi con Elisa. Biondina, occhi azzurri, simpatica, un po’ più piccola di me. Confesso che lo feci per far ingelosire Carla e fargliela pagare, intento riuscito perché dopo poco mi tolse il saluto. Si è un po’ crudeli a quell’età e usai la povera Elisa, che si era presa una cotta per me, senza tener conto di quello che lei avrebbe provato. Un’altra caratteristica di quel gioco a inseguimento che è “l’amore ai tempi dell’adolescenza”, è lo scarto di età. A me piacevano le mie coetanee, alle quali però piacevano i ragazzi più grandi. A mia volta piacevo a quelle più piccole, per le quali però non riuscivo a trovare l’interesse che avevo avuto per Carla. L’anno successivo non andai a Marina di Trezzo perché mi ero rotto una gamba giocando a pallone l’ultimo giorno di scuola, una sfiga cosmica. Tonino mi era venuto a trovare un sacco di volte e mi raccontava della sua storia con Giada, del fatto che era una storia seria e lui se la voleva sposare. Io gli dissi che era matto, che erano due ragazzini e che dovevano prima provare tante esperienze. Lui mi rispose che il padre e la madre si erano sposati giovani, lui vent’anni lei diciotto, perché era incinta di lui. E ora eccoli là, tutti allegri e felici, che si volevano più bene di prima. Gli dissi di stare attento e di non fare fesserie, ma lui non mi prese proprio in considerazione. Gli chiedevo sempre di Carla, ma lui “glissava” rispondendo in modo vago. Solo una volta mi disse: “Ha chiesto di te, ma io le ho detto che eri in vacanza a Cuba” e si mise a ridere. Non sono mai riuscito a sapere se fosse vero o no. Passò un altro anno e arrivò, finalmente, l’estate della maturità, dopo la maggiore età tanto agognata, quello era l’ulteriore salto che ci avrebbe scaraventato fuori dall’adolescenza. Le strade mie e di Tonino si erano ulteriormente divaricate, lui cercava lavoro, io mi accingevo a iscrivermi al primo anno di università. Questo però non aveva incrinato la nostra amicizia. Ogni volta che potevamo ci vedevamo per bere qualcosa insieme, raccontarci i nostri giorni, le speranze le aspettative. In realtà, come al solito, parlavo di più io, ma anche lui aveva cominciato ad aprirsi un po’ di più, soprattutto sui problemi concreti. Il padre non poteva più imbarcarsi per motivi di salute, si era preso una brutta malattia polmonare in giro per il Mediterraneo, e ora lavorava all’Ufficio Marittimo ma non guadagnava molto. Lui quindi si sentiva ancor più in dovere di andare a lavorare il prima possibile per dare una mano a casa, ma solo con il terzo anno di Professionale non era facile e si arrangiava con lavori stagionali. Non andavo più a dormire a casa sua e mi ero sistemato in tenda, insieme a due miei amici, Roberto e Franco, compagni di classe, nel vicino campeggio. C’erano con noi anche tre ragazze, anch’esse della nostra scuola, con le quali c’era un sott’inteso tentativo di “flirtare”, ma nulla di impegnativo. Già da un anno non facevo più l’aiuto bagnino, mi consideravo troppo grande, in compenso ero diventato la colonna sonora ufficiale della spiaggia. Venivo reclutato la sera per suonare, erano gli anni dei cantautori: De André, De Gregori, Dalla, Graziani, Venditti e così via, che si prestavano benissimo alle schitarrate notturne. Mi venivano anche richiesti i Pooh, Baglioni e Battisti e, anche se non erano i miei preferiti, non mi feci trovare impreparato. A ripensarci mi viene in mente la canzone di De André “Il suonatore Jones”: 

… E poi la gente sa

 e la gente lo sa che sai suonare, 

suonare ti tocca per tutta la vita

 e ti piace lasciarti ascoltare…

Anche i due compagni che erano in vacanza con me suonavano, Roberto la chitarra, anche se il suo strumento era il pianoforte, anzi l’organo Hammond, e Franco le percussioni. Avevamo creato un piccolo gruppo che durante l’inverno faceva qualche serata in localetti e birrerie di periferia. Una sera, mentre ci esibivamo sulla spiaggia, ci sentì il gestore di un locale che era poco più avanti e ci propose di suonare al suo ristorante, la tipica “rotonda sul mare” dove si mangiava, si poteva sentire musica e anche ballare. Non eravamo partiti con quella intenzione ma la cosa ci fece piacere e ancor di più ci fece piacere il compenso che ci ripagò, di fatto, tutta la vacanza. Eravamo già alla fine di luglio e Carla non si era ancora fatta vedere. Anche se non stavamo più insieme mi mancava. Chiesi a comuni conoscenti se sapessero qualcosa ma nessuno l’aveva più sentita. Fu nella prima settimana di agosto che la vidi entrare nel locale dove stavamo suonando. Era abbronzatissima, un po’ dimagrita, era ormai una donna, bellissima. Portava i capelli neri raccolti dietro la nuca con un fermaglio e si muoveva, da par suo, con la consueta disinvoltura. Era in compagnia di un ragazzo, chiaramente più grande di lei, forse troppo, tutto elegante e azzimato, abbronzato pure nelle narici, che mi pareva fuori posto a fianco a lei. Sì, d’accordo, ero geloso marcio! Nel vederla mi era salito il cuore in gola, non avrei mai immaginato che potesse farmi ancora quell’effetto. Il gestore ci aveva messo a disposizione tutti gli strumenti e, in quel momento, stavamo eseguendo “Impressioni di settembre”, che era un pezzo appena uscito della Premiata Forneria Marconi, un brano di grande pathos. Lei riconobbe la mia voce e guardò verso il piccolo palco, le feci un cenno con la testa e lei mi sorrise. Volevo morire! Possibile che fossi ancora così cotto? Possibile che, dopo tutti quegli anni, solo vederla mi facesse ancora stare così? Anche se, quella che vedevo adesso non era più la Carla ragazzina di cui mi ero innamorato, era diventata una donna affascinante che ancor di più sembrava irraggiungibile. Cercai di mantenere la calma, se mi fosse tremata la voce se ne sarebbero accorti tutti. Il pezzo successivo doveva essere un brano più movimentato, noi alternavamo brani “ballabili” ad altri più melodici, per non annoiare la platea e il palinsesto prevedeva “Oye como va” di Santana. Ci lanciammo in quel “cha cha cha” pieno di energia. L’assolo di chitarra mi piaceva molto e quella volta improvvisai veramente bene. Roberto aveva anche una bella voce e quei pezzi ci esaltavano, finimmo stremati. Dopo una piccola sosta, per riprendere fiato e bere qualcosa, avremmo dovuto fare un brano dei Camaleonti, “Applausi”, ma chiesi ai miei amici di accompagnarmi in una canzone di Gino Paoli: “Che cosa c’è”. Mi criticarono aspramente: “E’ vecchia!” “Che palle!”, “Facciamo addormentare tutti”. Glielo chiesi in ginocchio e alla fine acconsentirono storcendo non poco il naso. Dissi al pianista:

“Roberto, conto su di te” lui al pianoforte sapeva far emozionare anche un orco e le sue dita volarono delicate sui tasti bianchi e neri. 

Già dall’introduzione Carla alzò la testa e si voltò verso il palco, poi, quando iniziai a cantare mi guardò esterrefatta. Era un misto di sorpresa, contrarietà, turbamento, vedevo passare le emozioni sul suo viso una dopo l’altra, anche perché cantai il brano guardando verso di lei tutto il tempo. La canzone di Paoli fu molto apprezzata dalle coppie meno giovani, che ne approfittarono per ballare sulle sue note un romantico lento. Proprio per questo ebbe un notevole successo e ci applaudirono a lungo non appena terminammo.  Ora che il primo messaggio era stato inviato “Applausi” dei Camaleonti capitava a proposito. Le parole sembravano scritte per quell’occasione: 

“Applausi di gente intorno a me

Applausi, tu sola non ci sei

Ma dove sei? Chissà dove sei tu

Perché cantare? 

Cantare, ma perché? 

Se l’amore non c’è…”

Durante questa canzone Carla non si voltò neanche una volta ma ero sicuro che avesse capito il messaggio. Dopo questi brani lenti dovevamo ravvivare di nuovo la serata e tornammo su Santana e altra musica latino-americana. Poco prima di mezzanotte, Carla e il bellimbusto se ne andarono. Lui doveva aver bevuto decisamente più del dovuto, perché lo vidi muoversi lentamente, malfermo sulle gambe, tanto che Carla dovette prenderlo sottobraccio per aiutarlo a uscire dal locale. Non si voltò neanche a salutarmi e ci rimasi molto male. Pensai che si fosse arrabbiata per quella canzone, che avrebbe potuto metterla in imbarazzo, ma non me ne pentii neanche un secondo. Verso l’una di notte smettemmo di suonare, era rimasta poca gente a ballare e il proprietario ci fece cenno di chiudere. Riponemmo tutti gli strumenti nelle custodie, raccolti i cavi e messo in ordine il palco, sempre lui ci raggiunse per darci il compenso della serata. Di sua spontanea volontà aggiunse il venti percento in più per come avevamo suonato.

“Da quando venite voi la gente è raddoppiata, non credo sia una coincidenza, vi hanno fatto i complimenti in tanti, questi soldi in più ve li meritate, bravi! Valerio, poi te, con quella canzone di Paoli mi hai fatto ricordare certe cose…Che te possino…[3]”.

Soddisfatti e gratificati dalle parole del gestore uscimmo in strada per tornarcene al campeggio. Io ero ancora nervoso per il “non incontro” con Carla e dissi a Roberto e Franco:

“Andate pure avanti voi, io mi faccio due passi, non ho sonno e per arrivare al campeggio passo dalla spiaggia”.

“Non ci pensare, dammi retta. È pieno di ragazze qui, proprio con quella ti devi fissare? Comunque fa come ti pare, buonanotte, e fa piano quando entri in tenda”.

Girai l’angolo per costeggiare il locale e andare sulla spiaggia quando mi sentii chiamare:

“Ciao Valerio, sempre lo stesso tu eh?!”.

Era Carla, lo sguardo corrucciato con un atteggiamento di rimprovero.

“Beh ciao eh! Che piacere rivederti” le risposi in tono sarcastico rifacendole il verso.

“Sei proprio un cretino, ma che ti credi che Adolfo non si è accorto che ce l’avevi con me?” rispose piccata.

“E chi è Adolfo? Aaah, capisco, il cetriolo abbronzato che sembrava una melanzana! Scusa, non lo sapevo, non ci hai presentati”.

“lo vedo che sei sempre il solito cretino. Adolfo è il mio fidanzato, un architetto, e suo padre ha uno studio molto noto”.

“Allora perché non esci con il padre visto che ci sei?”.

“Ma quanto sei stronzo! Ma chi ti autorizza a trattarmi così? Come ti permetti di giudicare quello che faccio e con chi esco?”.

“E tu perché ti scaldi tanto? Se Adolfo si è stranito, gli potevi dire che ero un cretino qualsiasi, che faceva il cretino e di non preoccuparsi”.

“Si va bene, ma insomma, perché l’hai fatto?”.

“Lo hai detto tu, è perché sono un cretino, il solito cretino che ha scoperto di essere ancora, irrimediabilmente, innamorato di te”.

Non so come mi venne ma, a quelle parole Carla mi guardò come sconfitta. Fece un’espressione desolata, mi voltò le spalle parlando da sola. Poi si sedette su uno scalino, si presa la testa tra le mani e disse:

“Tu non puoi fare così, tu non puoi, improvvisamente, piombare nella vita di una persona e pensare di mischiare tutte le carte”

“Io non sono piombato da nessuna parte! Ero lì che lavoravo e,  in fondo, ho solo cantato una canzone. Magari ha un significato per me, ma se per te non vuol dire nulla, cosa te ne importa? Se tu sei felicemente “accompagnata” con Adolfo cosa te ne importa di quello che penso e che provo?”

“E perché tu mi giudichi!”

“Io? E perché mai? Neanche sapevo chi era l’architetto-figlio-di-architetto-famoso. Perché ti dovrei giudicare e, soprattutto, cosa te ne importa?”.

“Mi importa, mi importa, noi eravamo amici”.

“Veramente eravamo qualcosa di più, almeno io pensavo…”.

“Certo, non volevo dire…, insomma, mi confondi con tutte le tue chiacchiere” e mise il broncio, come quando era una ragazzina.

In quel momento provai una grande tenerezza. La maschera da donna vissuta si era incrinata e, per un attimo, tra le crepe, avevo visto la Carla che conoscevo.

“Scusami, non ti volevo rovinare la serata, sono stato un egoista ma, come si dice: in guerra e in amore…”.

“Su questo non ti preoccupare, la serata me l’aveva già rovinata quell’altro. Non si sa contenere, beve e non lo regge. L’ho lasciato tutto vestito in cabina, siamo in barca con i suoi al porto”.

“Capisco, cosa si può volere di più: architetto-figlio-di-architetto-famoso con barca” risposi sarcastico, ma dentro di me saliva il nervosismo. Non mi piaceva la piega che aveva preso il discorso e temevo di essere “friendzonato”, come dicono i giovani di oggi, ed era l’ultima cosa che volevo in quel momento.

“Vedi Valerio io a te ci tengo ma…”.

“Ferma lì!” La interruppi “non voglio sentire altro. Torna dal tuo architetto, non sia mai si fosse svegliato. Con me hai già perso troppo tempo. Dormi bene, buonanotte”.

E me ne andai per la spiaggia girandole le spalle, con un groppo in gola che non mi faceva respirare e per nascondere le lacrime che cercavano di uscire a tutti i costi e che non riuscivo più a trattenere. Sperai che non mi chiamasse o mi seguisse e per fortuna non lo fece. Rimase lì seduta sullo scalino a guardarmi mentre mi allontanavo. Mentre andavo dal lungo mare verso il campeggio cercavo di mandare giù il groppo e di ragionare su cosa mi stesse accadendo. Non la vedevo da due anni, come potevo illudermi che sarebbe caduta ai miei piedi al solo vedermi? Ero proprio un ragazzino emotivamente immaturo, era normale che cercasse uomini più maturi di me. Queste riflessioni mi fecero stare anche peggio. Mi ero reso ridicolo, se mai avessi avuto una chance l’avevo bruciata con il mio comportamento, era ora di crescere. Non ce la facevo ad andare a dormire, allora stesi il sacco a pelo fuori dalla tenda e mi misi a guardare le stelle. Mentre stavo col naso all’insù, sdraiato con le mani dietro la testa, vidi la prima stella cadente, alla quale dopo poco so ne aggiunsero altre due “È vero! È la prima settimana d’agosto, sono le notti delle stelle cadenti” e il mio pensiero andò a quando quelle notti le passavo con Carla a contare le stelle cadenti e a esprimere desideri che però non potevamo assolutamente rivelare. Ero veramente innamorato di Carla o ero solo geloso e possessivo perché l’avevo vista con un altro? Ero veramente innamorato o ero innamorato del pensiero di essere innamorato di Carla? Continuavo ad arrovellarmi per capire. Ma quando si sta in quello stato emotivo è difficile essere razionali, ma cosa c’è di razionale nell’amore? Ma allora è giusto essere in balia dei propri sentimenti irrazionali o degli ormoni che ne generano la chimica? O è più corretto seguire il proprio raziocinio, evitando colpi di testa di cui poi ci si potrebbe pentire? Mi addormentai all’addiaccio con questi pensieri nella testa e la mattina fui svegliato dal profumo di caffè che proveniva da una tazzina fumante che Roberto e Franco mi avevano messo sotto il naso. Quando aprii gli occhi li trovi seduti in terra di fronte a me che mi guardavano con aria compassionevole.

“Ehi! Eri troppo brillo per trovare l’ingresso della tenda o pensi che noi puzziamo troppo?” Mi chiesero in coro.

“Nulla di tutto ciò, solo non riuscivo a dormire e non vi volevo disturbare” risposi.

“E come mai non riuscivi a dormire? Dipendeva forse dalla bella mora con cui parlavi ieri sera?” dissero insistenti, ben sapendo qual era il motivo.

“E lasciatemi in pace! Ma che c’avete questa mattina?” dissi infastidito.

“Va bene! Fatti pure del male da solo, lì ci sono i cornetti caldi, noi ce ne andiamo in spiaggia con Daniela, Adriana e Marta, te fa’ come ti pare, stai qui a crogiolarti con il tuo dolore, ti piace tanto fare lo sfigato” disse Roberto, poi riprese sfottendomi: “Però forse è meglio che soffri un po’, ieri sera hai suonato benissimo, forse è meglio che soffri sempre così” e se ne andarono lasciandomi con i miei arrovellamenti.

Per farmi ancora più del male, decisi di fare un salto al porto a vedere la barca dell’architetto-figlio-di-architetto-famoso. In realtà non riuscivo a sopportare che Carla stesse con quel carciofo danaroso e, in cuor mio, speravo di averle insinuato qualche incertezza. Arrivai sul molo che era tarda mattina e riconobbi subito quella che doveva essere la barca. Ovviamente non era una barca a vela ma un bel motoscafo a tre piani di quelli che quando sei in mare ti passano a fianco a quaranta nodi e se ne fottono degli altri. Carla era sul ponte superiore a prendere il sole. Adolfo era a fianco a lei, sdraiato con una pezza, che immaginai bagnata, sugli occhi, forse doveva ancora smaltire i postumi della sbronza. Rimasi lì a spiare senza farmi vedere, nascosto da una montagna di reti da pesca. Poi uscì, dal piano di sotto del motoscafo un tipo anziano, magro, con radi capelli bianchi, abbronzatissimo, pensai che si trattasse dell’architetto-famoso padre. Stava con una bella donna, anch’essa abbronzatissima, ingioiellata come la Madonna di Pompei, che doveva avere almeno venti anni meno di lui. Doveva essere un vizio di famiglia. Decisi di andarmene prima di essere visto e di fare una ben misera figura. Mentre mi allontanavo pensai: “Non può andare così, non so se sia infantile o meno, se sia orgoglio ferito o altro ma io di Carla sono innamorato sul serio e non ho intenzione di arrendermi. Me lo dicesse lei di sparire dalla sua vita”. È proprio vero che in guerra e in amore tutto è concesso e non ci sono regole e mi comportai veramente da stronzo. Raggiunsi i miei amici sulla spiaggia e cominciai a fare il carino con Marta, la ragazza del terzetto che, per esclusione, mi era stata destinata. Quanto si è crudeli a quell’età! Poi se uno è ottenebrato dall’innamoramento non si cura di chi gli sta intorno e dei dispiaceri che distribuisce. Dopo tante smancerie la sera le proposi di andarci a mangiare un gelato e di fare due passi con un sottinteso intento di volerla corteggiare. Dopo un ampio giro “casualmente” ci trovammo a passare davanti alla barca sulla quale era ospite Carla. Li trovammo che stavano cenando a bordo a lume di candela. Quando fui certo di essere visto, passai il braccio intorno alle spalle di Marta e la strinsi a me dicendole frasi carine in un orecchio, fingendo una familiarità che non c’era. Feci scientemente lo stronzo e usai la povera ragazza per cercare di far ingelosire Carla, tecnica vecchia e scontata, ma che, molto spesso, funziona. La poverina, che sapevo avesse un debole per me, ci credette in pieno e, aiutando inconsapevolmente la messa in scena, mi baciò proprio al momento giusto. Mi vergogno ancora di come mi comportai, una vera carogna, ma avevo perso completamente la testa ed ero disposto a tutto pur di riprendermi Carla. Ora quell’intensità dei sentimenti mi fa sorridere ma a quell’età era veramente così forte da condizionare pesantemente i miei comportamenti. Quando tornammo al campeggio Marta si sarebbe aspettata di rimanere insieme invece le dissi: “Ciao Marta, vado a dormire, sono stanco, ieri notte non ho chiuso occhio”. Lei ci rimase di stucco ma dissimulò la delusione e a denti stretti mi diede la buona notte. I miei amici non erano in tenda, evidentemente erano in giro con le altre due ragazze. Così, appena Marta si allontanò, presi la chitarra e mi misi a suonare piano, seduto di fronte alla tenda. Suonai tutti pezzi molto melodici e tristi, del mio repertorio classico, crogiolandomi nel mio stato d’animo. Mi ricordo che stavo eseguendo Torija Elegia di Federico Moreno Torroba, un brano struggente di musica spagnola, quando sentii alle mie spalle:

“Però sei migliorato negli ultimi anni, fai sempre cose lacrimevoli ma ieri ho sentito che fai pure cose più divertenti”.

Mi voltai mentre il cuore batteva a più non posso che sembrava uscire dal torace. Mi trovai di fronte Carla, era in tuta da ginnastica senza trucco e un po’ spettinata, non avevo il coraggio di aprire bocca per paura di dire qualcosa di sbagliato, con la sensazione di un equilibrio precario della situazione. Cosa che si rivelò reale.

“Beh? Che c’è, hai visto un fantasma? Chiudi la bocca che entrano le mosche” disse sfottendomi ma era palesemente agitata anche lei.

“Ti volevo chiedere se hai un posto in tenda, dormire comoda in barca ha cominciato a stancarmi e preferirei passare la notte magari con qualche sassolino sotto la schiena e uno vicino che russa come un mantice, anche meglio se è un po’ stronzo” mi disse tutto d’un fiato.

Cercando di riprendermi dalla paralisi che aveva colpito le mie corde vocali le risposi:

“Sassolini non ce ne sono, li ho tolti ma potrei rimetterli. Russare, in genere mi riesce bene. Per lo stronzo, sono certo di esserlo diventato, anche per merito tuo”.

E, per una volta tanto, presi io l’iniziativa, l’attirai a me e la baciai. Non oppose resistenza, anzi rispose con trasporto. Senza neanche accorgercene scivolammo nella tenda e facemmo l’amore. Era la mia prima volta e fu tutto semplice, naturale e stupendo. Avevo pensato più volte a quel momento, con un po’ di paura ma con tanta voglia di farlo. C’ero andato vicino molte volte ma poi, all’ultimo, o non avevo trovato il coraggio io o era stata lei a smontare gli entusiasmi. Dai racconti degli amici ti fai tante idee, chi ci mette enfasi, chi lo minimizza, ma poi quando è toccato a me è stato così naturale che mi sembrava di averlo sempre fatto. Dopo mi addormentai con la testa su una sua spalla, è bellissimo dormire addosso a qualcuno, specialmente se è la persona che ami.

Quella fu l’ultima estate a Marina di Trezzo, l’università, i nuovi amici, i viaggi all’estero, presero il suo posto negli anni successivi. Con Tonino mi sentivo spesso e ogni tanto ci vedevamo in città. Lui, grazie al rapporto che il padre aveva con l’armatore, si era imbarcato come motorista su un peschereccio d’altura. Era un lavoro che gli piaceva, ma lo teneva lontano, in mare, per settimane. Quando ci vedevamo mi raccontava dei suoi viaggi, delle tempeste che avevano affrontato, della durezza di quella vita. Diceva che l’avrebbe fatto per un po’ di anni poi avrebbe aperto una pescheria al paese e messo su famiglia.

Una mattina di ottobre mi telefonò prestissimo, tutto trafelato e mi chiese:

“Io e Giada ci sposiamo; ci vuoi fare da testimone al nostro matrimonio?”.

“Ma hai solo 22 anni?! “gli risposi.

“E’ incinta di tre mesi, se è maschio lo chiameremo Valerio, però se non accetti lo chiameremo Adolfo alla faccia tua” e scoppio a ridere.

Fu un matrimonio bellissimo. La sposa ostentava già una discreta pancetta, essendo ormai al sesto mese. La cerimonia si fece sulla spiaggia. Il Sindaco, con la fascia tricolore celebrò la cerimonia con alle spalle il gozzo del padre di Gaetano capovolto, a fare da sfondo. Seguì una festa campestre con balli e canti che durò fino all’alba del giorno seguente. Quando ormai stremati stavamo per andarcene a dormire, mi prese sottobraccio e mi disse:

“Oh, non fare il cretino, sposatela prima possibile Carla prima che si accorga che sei una “sola ” e qualcuno te la porti via. Comunque io vi faccio da testimone, così poi siamo sicuri che righerai dritto, se no so’ botte!” E scoppio nella sua solita risata che ti trascinava e ti dava il buon umore pure se eri nero per i fatti tuoi. Tonino era così, per lui la vita era un eterno scherzo, ma lui la affrontava sul serio, senza mai tirarsi indietro.

Il sole è ormai tramontato e fa freddo. È ora che mi decida a fare quello mi sono proposto ed è il motivo per cui sono venuto qui oggi. In questa urna grigia c’è quello che è rimasto di Tonino, almeno quello che è rimasto del suo corpaccione muscoloso che una malattia subdola e maligna ha smantellato un pezzo alla volta. In certi momenti, nelle ultime notti passate al suo capezzale, ho sperato che finisse prima possibile, non ce la facevo più a vederlo soffrire così. L’ultima mattina era stranamente lucido nonostante avessero aumentato le dosi di morfina. Prese la mia mano tra le sue, grandi, ma ormai magre e nervose, e con la voce un po’ roca ma ferma mi disse:

“A Valerio, mi sa che questa non la raccontiamo. Ti devo chiedere un favore, l’ultimo, poi non rompo più i coglioni, giuro!”.

“Ma che dici Tonì tu i coglioni non li hai rotti mai, casomai io…Va be’ che devo fare?” Gli risposi.

“Non voglio finire a fare “terra pei ceci”[4], voglio essere cremato. Gliel’ho già detto a Giada, lei s’è messa a piangere ma poi fa quello che le ho chiesto. Tu dovresti prendere quello che rimane dopo che mi hanno cucinato al forno e lo vai a portare al posto dove abbiamo passato le più belle giornate della nostra vita e lo butti in mare. Voglio finire in mezzo ai pesci che non abbiamo pescato, ai granchi grandi che a maggio vengono a riva, in mezzo alle cozze e alle patelle attaccate agli scogli, a quei quattro anemoni che sono rimasti a farsi dondolare dalle onde. Ma non ti far vedere che se no ti carcerano! Oh, non si sa mai, magari una sera a cena mi ritrovi dentro un dentice”.

E si mise a ridere tutto sgangherato, bloccato dai colpi di tosse che gli toglievano il fiato. Poi mi disse una cosa che non potrò dimenticare finché campo e che è tutta l’essenza di Tonino:

“E mo’ vattene, che devo morì e certe cose si fanno da solo”.

Chiuse gli occhi, mi fece un cenno con la mano come a congedarmi e si assopì, per non svegliarsi più. E ora io sono qui, su questo scoglio, davanti ai posti che hanno visto i più bei giorni della nostra giovinezza. In queste strade, in questo mare, ci sono le nostre risate, i nostri pianti, i nostri momenti felici e quelli terribili. È vero Tonino, questo posto non sarebbe lo stesso senza di te, tu devi rimanere qui, per sempre.  Ormai è buio, mi piego verso l’acqua, tolgo il sigillo e apro l’urna. Una polvere grigia si sparge in mare in nuvolette scure. 

“Vai Tonino, vai. Un giorno ti raggiungerò, e magari ci ritroveremo tutti e due in un bel pesce o in una stella marina”.

Reprimo il pianto, torno a riva e mi incammino verso la macchina. Carla mi sta aspettando lì con Giada e Valerio. Era un po’ che non lo vedevo, ormai ha quasi diciotto anni ed è il ritratto del padre. Mi fa un’impressione notare la somiglianza, nei gesti e nei modi di fare, che in certi momenti mi verrebbe da dirgli “Forza Tonino smettila di scherzare e dillo che sei tu”.  In questa triste occasione ha conosciuto nostro figlio Fabio che è più giovane di lui di cinque anni. Fabio gli sta attaccato come una patella e pende dalle sue labbra, la cosa non mi dispiace, se Valerio ha l’impronta di Tonino è certamente una buona guida. L’effetto positivo però è reciproco. La vitalità di Fabio è micidiale ed è persino riuscito a farlo sorridere, spero proprio che, nonostante la differenza di età possa nascere un’amicizia. Gli amici sono oggetti preziosi, sono due anime che si scelgono. Mi viene in mente una frase di Stevenson:

“Nei nostri viaggi l’incontro migliore che possiamo fare è un amico sincero; fortunato è colui che ne trova molti. Anzi, viaggiamo proprio per incontrarli; essi sono lo scopo e la vera ricompensa della vita perché ci aiutano a essere degni di noi stessi; e proprio quando siamo soli, li sentiamo più vicini”


[1]
                  Il Palamito, chiamato anche palangaro, è uno degli attrezzi di pesca più antichi. C’è una lenza madre lunga più di trecento metri a cui sono legati ad intervalli regolari gli ami, tramite spezzoni di lenze, i “braccioli“, di diametro inferiore.

[2]
                  La pesca alla sciabica ora è vietata spiegare perché

[3]
                  Che te possino… frase dialettale romana

[4]
                  Espressione dialettale romana che vuol dire : Morire e essere seppellito sottoterra


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