Messaggio in una bottiglia n°11 Gli scacchi e la guerra

Un anno fa non ci saremmo certamente aspettati di trovare, solo dopo pochi mesi, il tema bellico al centro dei nostri discorsi e sulle prime pagine dei giornali. Il monopolio dell’informazione da parte del Covid-19 è stato prepotentemente soppiantato dall’invasione dell’Ucraina e dagli scenari bellici che riempiono di timori l’orizzonte temporale per una “escalation” imprevedibile.

Vero è che di guerre se ne stanno combattendo molte altre non molto lontano da noi e di soprusi e violenze non sono i soli russi a detenerne l’esclusiva. La Turchia massacra i Curdi che hanno combattuto, anche per noi, contro l’ISIS, Israele continua a perseguire la propria politica colonialista nei confronti dei Palestinesi, per non parlare della Siria, 11 anni di guerra civile, o dello Yemen, il conflitto tra i ribelli Houthi (Ansar Allah) appoggiati dall’Iran e la coalizione governativa guidata dall’Arabia Saudita, che dura oramai da 7 anni, una delle guerre più brutali e la crisi umanitaria più grave al mondo. Eppure, queste guerre, per citarne solo alcune, non fanno (quasi) mai notizia. Questo dovrebbe invitare a una riflessione su come viene gestita l’informazione e come sia potente lo strumento delle comunicazioni di massa nel condizionare e manipolare l’opinione pubblica.

Questa “aria di guerra” che si respira mi ha fatto pensare ad altri due libri, che hanno come fattor comune la guerra e il “nobil gioco”: gli scacchi. Sono: “La novella degli scacchi” di Stefan Zweig e “La variante di Lunemburg” di Paolo Maurensing.

Perché ho pensato a queste due libri? Prima di tutto perché adoro il gioco degli scacchi, poi perché entrambi i testi scavano in profondità nell’animo umano in situazioni limite di prevaricazione, violenza, oppressione, paura, che rappresentano l’essenza della condizione umana di chi la guerra la subisce. In fondo gli scacchi sono la rappresentazione, apparentemente non violenta, di un conflitto e sia Zweig che Maurensing, li utilizzano come metafora della vita e dell’eterno conflitto tra il bene e il male, tra l’oppresso e il suo oppressore.

Ho scritto che gli scacchi sono un gioco “apparentemente” non violento. In realtà sono lo scontro più duro e aspro che esista tra due contendenti, inoltre, c’è da considerare che il primo avversario per un giocatore rimane sempre sé stesso. Negli scacchi si è soli di fronte al proprio io, sedersi davanti alla scacchiera significa accettare di mettere in mostra aspetti della nostra personalità non così evidenti, cercare la propria identità e per questo la tenuta mentale di chi gioca è sottoposta a un continuo bombardamento di emozioni. Mantenerne il controllo e adottare una buona strategia durante la partita così come nella vita diventa determinante per sopravvivere dentro e fuori il perimetro della scacchiera. Tutto questo nella consapevolezza della nostra fallibilità e qui la citazione d’obbligo è quella di Tartakower (Grande Maestro di Scacchi del secolo scorso): “Negli Scacchi vince chi fa il penultimo sbaglio”.

Questi aspetti del gioco e della vita sono ben rappresentati all’interno dei due libri il dramma che vivono i protagonisti, almeno nel caso di Zweig, è condiviso anche dall’autore.

Stefan Zweig, ormai esule, scrisse Novella degli scacchi nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, insieme con la seconda moglie, nella città brasiliana di Petropolis, il 22 febbraio 1942. La notizia della sua morte fu soffocata da quelle provenienti dai fronti di guerra e così anche la sua ultima, disperata protesta, non fu che un flebile grido, quasi inavvertibile nel frastuono di quegli anni.

Sono due libri che consiglio veramente di leggere anche a chi di scacchi non sa nulla.

Condividi su:

2 commenti

  1. Sono sempre stata una convinta pacifista, ed è proprio con questa convinzione che ho dovuto fare dolorosamente i conti di fronte all’orrore di questa violenta aggressione di cui siamo testimoni in questi mesi. Con gli occhi sgranati davanti allo schermo del televisore ho guardato le immagini terribili della guerra e l’unica idea lucida che con potenza ha preso concretezza nei miei pensieri è stata la certezza che la guerra, qualsiasi guerra, non rappresenta altro che il terribile retaggio dell’esaltazione di una politica profondamente patriarcale legata al potere, che riemerge ogni volta viva e vegeta in tutta la sua orribile carica di violenza e sopraffazione. Le guerre nel mondo sono tante, è vero, e molte purtroppo ignorate e dimenticate o peggio ancora tollerate con colpevole indifferenza. E la verità, materia delicatissima a maneggiarla, su questa ed altre guerre, è nelle immagini di orrore e di morte. Le parole di fronte all’orrore sembrano perdere di senso e alimentano solo incaute certezze, sconforto e impotenza. Ma c’è un luogo, penso, dove le parole nella loro forma acquisiscono peso e senso. Un luogo dove possiamo fare esperienza di conoscenza e comprendere frammenti di quella materia complessa che è la vita, nel bene e nel male, e questo luogo è la letteratura. Quella letteratura che non dà risposte e non vende verità. Ed è di letteratura che parliamo di fronte al citato, piccolo capolavoro di Zweig, dove Il suo protagonista trova la salvezza attraverso il gioco degli scacchi, il gioco dei giochi.

    “Non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva definendo gli scacchi un gioco?”

    No. Il gioco è cosa serissima. Il gioco, qualsiasi gioco, si concretizza sul piano simbolico e implica il coinvolgimento della creatività, dell’immaginazione, della fluidità ideativa, della flessibilità cognitiva. Contribuisce fin da bambini, alla costruzione della propria identità, ci permette di riconoscere l’altro come diverso da noi e di riconoscersi nelle proprie potenzialità. Attraverso il gioco sperimentiamo la potenza della motivazione ad apprendere facendo progressi e superando le difficoltà e attivando quegli schemi adattivi che ci permettono di organizzare una risposta a condizioni ambientali nuove. Ma soprattutto, il gioco è azione simbolica, e sul piano simbolico noi possiamo sperimentare tutto e il contrario di tutto. È attraverso il simbolico che impariamo a crescere. Il gioco inoltre, nella sua dimensione simbolica si lega al piacere, ampliando i nostri orizzonti. Tuttavia, anche il gioco può essere trasformato in un arido esercizio di logica, perdendo il valore formativo di confronto che lo caratterizza. Il confronto può così, trasformarsi irrimediabilmente in conflitto, con la perdita di quella vitale connotazione di piacere che porta alla chiusura inesorabile di ogni orizzonte.
    Proprio questa è la guerra, direi. Un arido gioco che dal simbolico si cala nel reale con tutta la sua perversa violenza e dove l’altro non è più riconosciuto come una ricchezza che permette di ampliare orizzonti, ma come un nemico da annientare. È la guerra : il confronto vitale si trasforma in un conflitto mortale.

    Grazie per i libri citati. Il libro di Zweig l’ho letto qualche anno fa. Leggerò appena possibile “La variante di Lunemburg” di Paolo Maurensing.

    1. Cara Grazia, grazie per il tuo commento che condivido in pieno nei suoi contenuti. Aggiungo solo alcune osservazioni. Perché viene utilizzato il gioco degli scacchi come metafora della guerra e dello scontro? Per due principali motivi: Perché già nella configurazione dei pezzi c’è la rappresentazione di due eserciti che si scontrano e che hanno come obiettivo la distruzione dell’avversario. E, in secondo luogo, perché le dinamiche tattiche e strategiche degli scacchi rappresentano in tutto e per tutto quelle di una guerra. Il simbolismo che più mi fa riflettere è quello del sacrificio di un pezzo per ottenere la vittoria. Nella realtà, spesso, i pezzi che vengono sacrificati sono la popolazione, la gente comune, la fanteria che viene mandata al massacro, negli scacchi sono i pedoni e i pezzi minori la cui perdita viene considerata un male necessario. Ma la realtà non è un gioco e, in tutto il Mondo, ci sono in questo momento migliaia di “pedoni” che muoiono per la vittoria di un giocatore che neanche conoscono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.