Verbello e Belsole, la storia continua -CAPITOLO I Ferie d’agosto

VERBELLO E BELSOLE – La storia continua

CAPITOLO I

Ferie d’agosto

Una delle ripercussioni più negative del riscaldamento globale non è, come si può pensare, l’innalzamento dei mari o la desertificazione di ampie aree del pianeta, ma è la scoperta, da parte di chi non gliene è mai fregato nulla, della montagna.

Per sfuggire ai 42 gradi all’ombra, con 90% di umidità, i poveri cittadini, rinunciando alle località marine che poco si discostano da questi parametri ambientali, scelgono come luogo di vacanza, ob torto collo, località sopra i 1.400 metri d’altitudine dove c’è la ragionevole speranza di rimanere, almeno la notte, sotto i 30 gradi.

Ed è così che torme di barbaroturisti, provenienti principalmente dalle grandi metropoli, si riversano su dirupi e sentieri, nonché nelle straduzze dei paesini di montagna. Il loro approccio è a dir poco originale. Vedi girare per questi villaggi montani intere famiglie agghindate con bermuda e infradito, come se fossero sulla spiaggia di Rapallo o, estremo opposto, attrezzati di tutto punto per una scalata all’Everest. Peccato che la loro impresa preveda solo di raggiungere la cima della montagnola con monumento ai caduti che sovrasta il paesello e poi precipitarsi in qualche ristorante a recuperare, con gli interessi, le calorie consumate.

Anche Verbello e Belsole non sfuggono a questa legge universale e, da alcune estati, vengono assalili dall’orda barbarica, ovviamente ben distribuita per ceto e per censo.

A Verbello toccano le famiglie meno abbienti, caratterizzate dal numero dei figli inversamente proporzionale al reddito famigliare. Il costo contenuto degli alloggi, attrezzati per l’occasione a resort turistici, dà anche a loro qualche chances di sopravvivere alle torridi estati cittadine.

E, per il principio che la domanda poi crea l’offerta, molti abitanti del paesello si sono improvvisati gestori di case vacanza e di stanze in affitto, per raggranellare qualche spiccio e crearsi una nuova fonte di reddito.

I primi a intuire il business furono Romolo e il Toscano che, sfrattati i giocatori di biliardo e i biscazzieri dell’ultima sala, allestirono due mini, molto mini, appartamenti che potevano ospitare, ben stipate, dalle otto alle dodici persone. Una bella scritta faceva mostra di sé a fianco a quella del Bar dei Compari: “Da Romolo e il Toscano Bed & Food”.

La splendida occasione venne colta da due famiglie, legate tra di loro vincoli di parentela, provenienti da Val Grande, il Capoluogo di Provincia. La famiglia Tribuzzi era composta da sei persone, padre, madre e quattro figli maschi; quella Segapietra schierava invece, oltre ai titolari, nonno, nonna (genitori di lei) e due figlie femmine. Le due compagini occuparono rispettivamente le due stanze, strutturate per l’occasione a dormitorio, condividendo l’unico bagno disponibile. Il servizio prevedeva la mezza pensione e i pasti venivano serviti direttamente ai tavoli del bar, sapientemente cucinati da Romolo, nei casi estremi la lavanda gastrica era offerta dalla casa.

Anche Adelina aveva pensato bene di attrezzare il suo negozio in maniera da strutturarlo come pied-à-terre, sfruttando il retrobottega e la vecchia stanza dove una volta teneva la volpe impagliata e le cianfrusaglie invendute. Con quattro assi di legno, due reti arrugginite e una mano di vernice color “giallo speranza”, aveva ricavato un alloggio che, a suo dire, “poteva ospitare comodamente una coppia o anche una famiglia moderna, purché non troppo larga”.

La definizione di “famiglia moderna” rimase volutamente vaga, ma ebbe comunque successo. Il primo cliente fu un rappresentante di aspirapolvere con problemi coniugali dichiarati, salito a Verbello per “staccare un po’”, così disse, e ritrovare una pace interiore che la moglie, sempre a suo dire, gli aveva sequestrato insieme alla macchina del caffè, al gatto e alla maggior parte dei mobili. Il matrimonio, spiegava a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo, era entrato in crisi per colpa di una suocera iperprotettiva, di un mutuo trentennale e di un tradimento che, “era solo tecnico, non sentimentale”.

Arrivò a Verbello con una valigia mezza vuota, un sacchetto di camicie stropicciate e una fiducia sconfinata nella montagna come terapia dell’anima. Nei primi due giorni girò per il paese con aria speranzosa, salutando tutte le donne come se ognuna potesse essere quella giusta per voltare pagina. Al terzo giorno aveva già smesso di radersi. Al quinto parlava da solo.

Di pace interiore non ne trovò nemmeno un grammo, e quanto a nuovi inizi sentimentali, l’unica che gli rivolse attenzioni costanti fu Adelina, che gli chiese conto delle sue disgrazie mentre, con metodica precisione, gli vendeva coperte, mutande di lana, una torcia a dinamo, uno scaldino elettrico e una cornice per una foto ancora da scattare. Se ne andò dopo una settimana più povero, più confuso e con una tosse nuova che non aveva prima. Adelina, in compenso, gli aveva venduto mezza vetrina.

A Belsole, invece, la faccenda si stava rapidamente trasformando in un affare per gente seria, di quella che non suda mai davvero ma fa sudare gli altri per procura. Qui nessuno improvvisava: il turismo era una scienza esatta, una religione con il conto corrente come divinità suprema. Ville con vista valle venivano affittate come “residenze esclusive”, chalet appena ristrutturati spacciati per “rifugi di charme” e persino vecchie stalle, dove fino a due anni prima le vacche avevano lasciato prove tangibili del loro passaggio, erano diventate “loft alpini” con travi a vista, idromassaggio e finto profumo di fieno nebulizzato a orari prestabiliti.

I belsoliani avevano sviluppato un fiuto infallibile per il turista giusto: quello con la carta di credito nervosa e il senso di colpa per tutta la settimana passata in ufficio. Li accoglievano con sorrisi calibrati, prosecco di benvenuto, brochure patinate e racconti commoventi su una montagna “autentica”, che loro stessi non frequentavano più da almeno vent’anni. Ogni pietra diventava “storica”, ogni sentiero “mistico”, ogni tramonto “esperienziale”.

Il tutto, ovviamente, a tariffe che facevano sudare più del caldo da cui si era fuggiti. Una notte costava quanto un vecchio stipendio verbelliano, una settimana valeva un’eredità in miniatura. E guai a chiedere uno sconto: a Belsole lo chiamavano “adeguamento al target”.

Ma sotto l’apparenza elegante si muoveva un sottobosco altrettanto affamato. Geometri, mediatori, architetti, avvocati e cugini di assessori lavoravano come formiche impazzite, ristrutturando, riclassificando, sanando abusi con una rapidità che la Protezione Civile poteva solo sognare. Ogni nuova prenotazione era una benedizione, ogni disdetta una tragedia greca con relative accuse di sabotaggio, invidia e concorrenza sleale.

E mentre a Verbello il turismo sembrava un’invasione barbarica, a Belsole era una coltivazione intensiva dell’anima altrui, da mietere a fine stagione con fatture, scontrini e sorrisi esausti.

E fu così che in quel di Belsole fece la comparsa nuovi personaggi destinati a rimpolpare il già nutrito drappello di farabutti.

Primo fra tutti Livio Berzotti – Il re delle “residenze esclusive”. Ex geometra comunale, in pensione solo sulla carta. Aveva iniziato affittando la casa della zia morta, poi quella del cognato fallito, poi – quasi senza accorgersene – mezzo versante del paese. Si faceva chiamare “property manager”, parola che a Belsole suonava come una laurea honoris causa. Vestiva sempre con giacche leggere anche d’inverno, perché “l’eleganza non patisce il freddo”, e portava un profumo così persistente che i turisti lo riconoscevano prima ancora di vederlo.

Parlava in tono mellifluo, usando parole inglesi a caso:

«Questa è una soluzione molto cozy…»,

«Qui l’appeal è altissimo»,

«Lei è proprio nel target giusto».

Se qualcuno gli chiedeva conto di una perdita d’acqua, di un riscaldamento difettoso o di un vicino molesto, lui sorrideva:

«Sono dettagli che rendono l’esperienza autentica».

Era convinto, e lo diceva spesso, che Verbello fosse “folklore improduttivo”, mentre Belsole rappresentava “l’evoluzione naturale della montagna”. Ogni tanto si affacciava anche al Bar dei Compari, solo per il gusto di fare sfoggio della Porche Cayenne nuova di zecca e dell’anello con brillocco che gli fasciava il mignolo.

Altro soggetto degno di nota era Gina Sorbellini – La signora dei “B&B di charme”. Vedova strategica, sessantasei anni e un talento naturale per il lamento redditizio.

La Gina possedeva tre B&B, tutti intestati a parenti diversi “per comodità fiscale”, e tutti rigorosamente chiamati con nomi poetici: “Nido del Sole”, “Respiro d’Alpe”, “Sogno di Pietra”.

In realtà erano la stessa identica casa ristrutturata tre volte, con la stessa moquette, gli stessi quadretti con le mucche e lo stesso profumo artificiale di legno antico. Lei però cambiava versione della storia a seconda del turista:

«Questo era il fienile di mio nonno…»,

«Qui sono nati sette bambini durante una bufera…»,

«Queste travi vengono da una cappella del ‘600…».

Gina piangeva con grande professionalità:

  • piangeva per l’IMU,
  • per le bollette,
  • per i sacrifici,
  • per i turisti che “non capiscono quanto le costa farli stare bene”.

Poi, appena loro uscivano, contava i soldi con una velocità che avrebbe fatto impallidire un cassiere di banca.

Oltre a questi fecero la loro comparsa personaggi più oscuri, quelli che non hanno bisogno di farsi vedere troppo. In sostanza il lato torbido della realtà: Il riciclaggio “in stile montano”

Una delle figure cardine era Raffele “Lino” Mantovani detto “Il silenzioso”. Ufficialmente: imprenditore nel settore “servizi turistici integrati”. In realtà: lavanderia con finestre vista valle.

Non alzava mai la voce. Non sorrideva quasi mai. Pagava sempre in contanti e firmava pochissimo. Aveva rilevato in pochi anni:

  • un residence semivuoto,
  • due bar in perdita,
  • una società che affittava quad per escursioni “eco”.

Tutte aziende che, magicamente, dopo il suo arrivo tornavano in attivo nel giro di una stagione.

A Belsole dicevano:

«Lino non fa affari, fa sistemazioni».

Era quello che “sistemava”:

  • fallimenti,
  • debiti,
  • società morenti,
  • conoscenze scomode.

Con la scusa del turismo transitavano dai suoi conti cifre che non avevano nulla di montano. E nessuno, curiosamente, chiedeva mai spiegazioni.

Della stessa pasta era fatto Cesare Panegrossi detto: “Il Ragioniere”. Commercialista onnipresente, intestatario invisibile. Non possedeva nulla. Eppure, era dappertutto.

Era l’uomo che: “preparava le carte”; “metteva a posto le date”; “trovava soci tecnici”.

Se una vecchia stalla diventava un loft in tre mesi, c’era lui dietro. Se un fallimento non compariva mai nei registri, c’era lui davanti.

Faceva fatture che “passavano”, bilanci che “tornavano”, società che “respiravano” anche senza clienti. Era l’unico che dava del “tu” all’assessore quando nessuno ascoltava.

A Belsole, certi affari non si concludevano negli uffici comunali, ma nei luoghi dove l’eco delle parole rimbalzava quanto bastava da rendere inutile ogni intercettazione: ristoranti, cantine, saune e – nei casi più delicati – nelle seconde case senza vicini.

Quella sera, al tavolo d’angolo della Stube Edelweiss, sedevano in quattro.

Livio Berzotti parlava di “flussi turistici”. Gina Sorbellini annuiva parlando di “occupazione camere”.
Cesare Panegrossi prendeva appunti che non sarebbero mai stati scritti. Raffaele “Lino” Mantovani ascoltava soltanto.

«Quest’anno siamo stretti» diceva Berzotti, passando il dito sul bordo del bicchiere. «Troppa domanda, pochi immobili…»

«Il problema non è costruire» sospirò Gina. «Il problema è far risultare che c’erano già.»

Panegrossi alzò gli occhi:

«Su quello ci stiamo lavorando. Il nuovo piano regolatore è come il presepe: basta spostare le pecore.»

Mantovani non disse nulla. Si limitò a spingere lentamente sul tavolo una cartellina sottile.

Dentro c’erano:

  • tre terreni “agricoli” candidati ideali per un cambio di destinazione d’uso,
  • una società appena costituita,
  • una fideiussione bancaria firmata da qualcuno che ufficialmente non esisteva.

«Quelli al confine con Verbello?» chiese Gina.

Panegrossi annuì.

Berzotti fece un mezzo sorriso:

«Zona brulla… ombra, un po’ umida… C’è la presa d’acqua dell’acquedotto di Verbello»

«Perfetta per altro tipo di turismo» disse Mantovani piano.

Gina capì subito:

«Quello che non chiede ricevuta.»

Panegrossi tossì:

«E che paga in anticipo.»

Si scambiarono uno sguardo rapido, quello che vale più di una stretta di mano.

Fu allora che entrò nella Stube l’assessore ai lavori pubblici della Regione, Eraldo Sparlantini, senza fascia ma con l’aria di chi non paga mai il conto.

«Disturbo?»

«Dipende» disse Berzotti. «Ha cattive notizie?»

L’assessore si sedette.

«Il problema è Verbello. Quella zona è proprio al confine e ci deve essere un buon motivo per venire a spendere il doppio da voi»

Silenzio.

«Troppa confusione. Troppi video. Troppi turisti spaventati. Quando si crea instabilità, i soldi diventano timidi.»

«Oppure» disse Mantovani «Bisogna aiutarli a cambiare padrone.»

L’assessore lo guardò:

«Come vorresti fare?» Chiese

«L’acquedotto», suggerì Mantovani.

«Già» rispose Panegrossi. «Proprio quello. Un paese senz’acqua non può avere velleità turistiche.»

L’assessore bevve un sorso e disse:

«Va bene. È sufficiente che io senta il collega Saltafossi dell’Assessorato alla sanità, ovviamente ci vorrà un cip anche per lui. Le analisi possiamo farle fare dove serve.»

Berzotti sussurrò:

«E cosa devono dire?»

«Quello che conviene» sentenziò

Silenzio.

Mantovani chiuse la cartellina.

«Se Verbello perde l’acqua, perde tutto.»

L’assessore annuì.

«E voi guadagnate.»

Nessuno disse “sì”. Nessuno disse “no”. Fuori, Belsole brillava di luci e musica.

Sotto, Verbello beveva ancora tranquillo.

Per poco.

 

Intanto, se a Verbello erano pronti ad accogliere i forestieri, non erano davvero preparati a sopportarli.

I primi ad arrivare furono i “podisti urbani”: signori tra i quarantacinque e i sessanta, tutti rigorosamente vestiti fluo, che correvano ansimando su e giù per stradine dove persino i muli prendevano fiato. Si fermavano davanti al Bar dei Compari solo per chiedere acqua “rigorosamente naturale” e poi ripartivano lasciando dietro di sé una scia di deodorante al pino silvestre e frustrazione repressa.

Poi arrivarono le famiglie “esperienziali”, quelle che volevano “far conoscere la montagna ai bambini”. I bambini, per parte loro, volevano solo il Wi-Fi. Quando scoprivano che a Verbello la connessione andava a pedali e solo in discesa, entravano in una forma di disperazione primordiale che li portava a strillare come se li stessero scuoiando vivi.

Infine, giunsero loro: “gli spirituali”. Gente convinta che a millequattrocento metri si potesse “ritrovare sé stessi”. Di solito ritrovavano solo le vesciche ai piedi, l’intolleranza al lattosio e una feroce irritabilità verso chiunque producesse rumori superiori al fruscio dell’anima.

Tutto questo nuovo popolo variegato convergeva inevitabilmente sulla piazza di Verbello, che in pochi giorni passò dallo stato di torpore cronico a una specie di fiera permanente. Il Bar dei Compari lavorava come non aveva mai fatto nemmeno ai tempi d’oro del biliardo truccato e delle partite a zecchinetta.

Romolo, sudato come un vitello sotto anestesia, spillava birre senza neanche guardare i bicchieri. Il Toscano, invece, osservava la scena con lo sguardo clinico di chi, nel caos, riesce sempre a individuare il prossimo disastro.

E il disastro, puntuale come l’inflazione, arrivò.

Arrivò sotto forma di un pullman gran turismo color turchese, parcheggiato di traverso davanti alla macelleria di Amelio.

Dal pullman scese un gruppo compatto e rumoroso di turisti lombardi in “settimana detox appenninica”, guidati da un istruttore olistico con la barba curata e i sandali francescani. Iniziarono subito a fare foto alla testa del cinghiale appesa sopra l’ingresso della macelleria.

«Che simbologia potentissima!» disse l’istruttore.

Amelio, che stava disossando un quarto di manzo, alzò lentamente la testa.

«Se volete ve ne do un pezzo per meditare a casa» ringhiò.

Nel frattempo, Rosa era già entrata in modalità alta stagione: sorriso largo, camicetta scollata oltre il regolamento edilizio e quel modo di appoggiarsi al bancone che era stato dichiarato illegale in sette regioni d’Italia. I maschi del gruppo detox si disintossicarono all’istante.

Adelina, dal suo emporio, osservava tutto come una vedetta durante l’assedio di Troia.

«Qui prima o poi succede qualcosa» mormorò tra sé e sé.

E, per una volta, aveva ragione.

Il vero laboratorio del caos si trovava dietro al Bar dei Compari, nei due miniappartamenti ricavati da Romolo e dal Toscano.

Le famiglie Tribuzzi e Segapietra, dopo l’entusiasmo del primo giorno per la villeggiatura “al fresco”, avevano già iniziato a scoprire i lati meno poetici della convivenza forzata.

Il primo problema fu l’acqua calda.

Secondo un regolamento non scritto ma rigidamente applicato dai Tribuzzi, l’acqua calda spettava di diritto a chi arrivava primo. Peccato che la signora Tribuzzi avesse preso l’abitudine di alzarsi alle sei in punto per lavare, in rigorosa sequenza: marito, quattro figli maschi e tappetini del bagno. Quando, alle sette e trenta, la signora Segapietra provò ad aprire il rubinetto per una doccia ristoratrice, ne uscì un getto d’acqua che oscillava tra il gelo polare e l’umiliazione personale.

Seguì una discussione a volume crescente.

«Signora, noi ci vorremmo lavare anche in vacanza!» gridava la Segapietra.

«E noi dobbiamo lavare quattro maschi che sudano anche mentre dormono, se no puzzano come cammelli!» ribatteva la Tribuzzi.

Il nonno Segapietra tentò una mediazione diplomatica, proponendo turni prestabiliti, ma venne zittito da entrambi i fronti prima ancora di finire la frase. Il nonno si sedette sul letto, sconfitto, e da quel momento iniziò a tifare segretamente per l’apocalisse.

Il secondo problema fu il cibo.

A colazione, i Tribuzzi occupavano il tavolo con l’efficienza di una divisione corazzata. Pane, burro, marmellata, uova, latte, succhi, biscotti e avanzi della sera prima sparivano sotto i colpi di quattro mascelle allenate alla sopravvivenza urbana. Quando arrivavano i Segapietra, trovavano solo una triste ciotola di caffellatte tiepido e una fetta di pane dalla consistenza archeologica.

Il nonno, un mattino, osò prendere l’ultima fetta, ma era talmente dura che si incastrò nella dentiera e furono costretti ad andare dal fabbro del paese che con un paio di martellate riuscì a staccarla portandosi dietro però qualche molare.

Fu in quel momento che l’odio raggiunse il livello di guardia pronto a esplodere alla prima occasione. E questa non si fece attendere: Il terzo e decisivo problema fu il bagno.

L’unico bagno, per dodici persone, aveva una dignità igienica che oscillava durante il giorno tra lo stallo ferroviario e la stazione spaziale dopo l’esplosione del sifone del water. I Segapietra accusavano i Tribuzzi di lasciare peli ovunque. I Tribuzzi ribattevano che quelle non erano loro secrezioni ma dei Segapietra, “che non si capisce che animali siano”.

La situazione degenerò definitivamente quando la nonna Segapietra rimase chiusa dentro per oltre quaranta minuti. Quando finalmente uscì, pallida, tremante e vittima di una lunga e difficile trattativa con la natura, trovò davanti alla porta i quattro figli maschi schierati in formazione d’assalto.

«Stai facendo ritardare la cacca a mio fratello!» urlò il terzogenito.

«Non mi importa» rispose lei con voce atona, «io ho combattuto la mia guerra».

E fu così che, alle undici del mattino, scoppiò la prima rissa ufficiale.

Motivo: una tuta da ginnastica sparita dallo stendino comune.

Le accuse volarono come sassi.

«Ce l’avete voi!»

«No, siete stati voi!»

«Voi rubate!»

«Voi puzzate!»

Il primo a passare alle vie di fatto fu il padre Tribuzzi, che tentò un placcaggio sul cognato Segapietra mentre stava scendendo le scale. Rotolarono entrambi fino all’ingresso del bar, tra tavolini rovesciati e grida di giubilo degli avventori che, da tempo, aspettavano un po’ di intrattenimento.

Romolo uscì brandendo una mazza da baseball. Il Toscano lo seguì col revolver già in mano. La rissa venne sedata con metodi che la Convenzione di Ginevra non approverebbe.

I due capifamiglia furono separati, ammorbiditi con vino rosso, qualche mazzata data da Romolo e rispediti nei rispettivi miniappartamenti con la minaccia esplicita:

«Al prossimo casino vi facciamo pagare anche l’aria che respirate.»

La tregua durò esattamente due ore e tredici minuti.

Alle quindici e trenta, le due famiglie si incrociarono sulla scalinata che porta alla fontana del paese.

Uno dei figli Tribuzzi sputò.

Una delle figlie Segapietra lo imitò.

Lo sputo diventò linguaggio universale.

Nel giro di dieci minuti volavano secchi d’acqua, insulti genealogici fino alla quarta generazione e una scarpa volò talmente alta che venne avvistata anche a Belsole.

I vacanzieri lombardi, entusiasti, ripresero tutto con i cellulari.

«Che esperienza autentica!» dicevano.

I turisti continuarono a girare per Verbello con quell’aria da esploratori in gita premio, commentando tutto ad alta voce, come se gli abitanti fossero comparse mute di un documentario etnografico.

«Guarda che carino questo vecchietto che spacca la legna!»

«Ma è vero che qui si lavano ancora nella tinozza?»

«Amore, fotografami davanti alla stalla, che sembra il presepe!»

Per il momento, tutto stava rimanendo ancora sotto il livello ufficiale di guardia, ma si sentiva nell’aria un’atmosfera ostile nei confronti degli ospiti che non faceva presagire nulla di buono.

Il primo vero segnale dell’escalation arrivò a causa del parcheggio selvaggio. Abituati nelle grandi città a parcheggiare in seconda, terza e quarta fila, davanti ai passi carrabili, sulla aiuole e persino sugli alberi, i turisti occuparono ogni spazio delle strade di Verbello con le loro automobili

Un camper grande come un transatlantico venne parcheggiato in diagonale davanti alla fontana del paese, impedendo il passaggio sia alle auto che alle mucche che, a certe ore, avevano un diritto di precedenza storico nella loro speciale Ztl.

Il pastore Aldo si fermò, guardò il camper, guardò le mucche e disse solo:

«Ahó! Sti caz de forest hanno scassate li cujiune!»

Le mucche, solidali, si sedettero in mezzo alla strada.

Il turista proprietario del camper, dopo venti minuti, scese furioso.

«Ma le può spostare?!»

Aldo si grattò il mento.

«Fanno nu flashmob pe’ protesta.»

«E quanto dura?!»

«Parlece te co’ le vacche, che ne saccio ie.»

Il camper rimase lì fino a sera circondato dai bovini e dalle loro deiezioni.

Da quel momento in poi Verbello, prendendo esempio dal branco di vacche, scoprì la disobbedienza passiva.

Il secondo segnale, che mandò i paesani fuori di testa, fu il rumore.

Un gruppo di spirituali organizzò una “notte di tamburi sciamanici” nel prato sopra il cimitero, con tanto di canti ancestrali, mantra, flauti e urla liberatorie. La prima a non liberarsi fu la signora Pasquina, ottantasei anni, che alle ventidue e tredici chiamò Romolo.

Alle ventidue e quindici Romolo arrivò sul prato.

Alle ventidue e sedici i tamburi vennero percossi con parti anatomiche degli “spirituali”.

Alle ventidue e diciassette uno di loro chiese:

«Ma voi non capite l’energia cosmica?»

Romolo rispose:

«No, però capisco l’energia cinetica.»

E fece un esempio pratico.

La terza avvisaglia arrivò con il barbecue.

Una famiglia “esperienziale” accese una griglia davanti alla chiesa, convinta che il sagrato fosse una “piazzetta panoramica multifunzionale”. Disposero sedie pieghevoli, tovagliette biodegradabili e un altare di salse vegane, poi misero sulla brace salamelle vegetali che iniziarono a sprigionare un odore nuovo, mai catalogato dall’olfatto umano, qualcosa che ricordava vagamente il cartone bollito con retrogusto di redenzione forzata.

L’aroma si infilò nelle narici del paese come un ladro goffo, attraversò la piazza, entrò nella macelleria e colpì Amelio dritto al midollo.

Amelio uscì.

Indossava il grembiule macchiato di sangue, teneva in mano un coltello e aveva quell’aria severa che, a Verbello, viene riservata solo alle calamità naturali, ai matrimoni sbagliati e alle decisioni irreversibili. Per un istante qualcuno ebbe l’impressione che stesse levitando.

Guardò la griglia.

Guardò la chiesa.

Guardò le salamelle.

Fece il segno della croce, ma al contrario.

Poi rientrò senza dire una parola.

Cinque minuti dopo tornò portando una spalla intera di maiale, così grande che sembrava appartenere a una creatura mitologica estinta da millenni. La posò sulla griglia con gesto lento e solenne, coprendo salamelle, tofu, seitan e convinzioni profonde.

La griglia gemette.

«Il sacrilegio è scongiurato» disse Amelio «Ora è un barbecue come Dio comanda.»

Il turista tentò una protesta educata:

«Scusi, ma noi siamo vegani…»

Amelio lo guardò con compassione.

«Non mi interessa di che religione siete. Anche il barbecue ha un’anima. E la sua va nutrita e rispettata. Guai a chi osa profanarlo», disse brandendo i coltellaccio.

Nessuno seppe dire cosa accadde esattamente dopo. Qualcuno giurò di aver visto il parroco annuire.

Di certo, da quel momento, Verbello smise di tollerare.

Senza ordini, senza riunioni e senza bisogno di spiegazioni, il paese cominciò a reagire come reagiscono solo i luoghi antichi quando sentono che qualcosa di sacro è stato frainteso. Le biciclette dei turisti sparivano e ricomparivano sui tetti. Le scarpe lasciate fuori dalle porte venivano riempite di letame. Le auto parcheggiate male si ritrovavano circondate da galline, pecore, capre e armenti vari. I bambini del paese iniziarono a chiedere soldi per indicare sentieri che non portavano da nessuna parte. Adelina, dall’emporio, vendeva mappe sbagliate con estrema disinvoltura.

Intanto i Segapietra e i Tribuzzi, ormai compatti contro il mondo esterno, perfettamente integrati nel mondo dei verbelliani cominciarono a lamentarsi insieme:

«Qui non si può vivere!»

«Questi turisti sono dei barbari!»

«Rivogliamo il nostro silenzio!»

Il Toscano, dal bancone, ascoltava. E sorrideva.

Perché aveva capito che ormai non si trattava più di due famiglie in guerra. Si trattava di un intero paese che stava lentamente tornando a essere sé stesso. I verbelliani, che fino a quel momento avevano osservato divertiti, cominciarono a non divertirsi più.

Il punto di rottura arrivò quando un turista prese un ceffone dal padre Tribuzzi e uno dalla nonna Segapietra nel giro di mezzo secondo.

Un altro disse:

«Ma che posto selvaggio…»

Il Toscano, che aveva sentito, gli rispose:

«Selvaggio ci sarai tu fra un minuto» e corse a prendere il fucile da caccia.

Per sua fortuna era caricato a sale grosso e se la cavò con un deretano in fiamme e non potendosi sedere per tre settimane.

Quello che fece precipitare definitivamente la situazione fu il problema dell’acqua.

I turisti, abituati a docce infinite e lavatrici h24, prosciugarono in tre giorni la riserva del paese. La fontana smise di zampillare proprio mentre una coppia stava riempiendo dodici bottiglie “perché qui l’acqua è più pura”.

Alle sei di sera non uscì più niente dai rubinetti.

Romolo spiegò con calma:

«L’acqua oggi è finita»

«E domani?»

«Finché le cisterne non si riempiono di nuovo, nisba!»

Ma passarono le ore e l’acqua nelle cisterne cominciò ad arrivare con il contagocce.

Loro non sapevano ancora che la carenza idrica non era stato un fatto casuale. A esso aveva contribuito fattivamente la gang dei farabutti di Belsole

La miccia arrivò sotto forma di una comunicazione ufficiale, letta dal vigile urbano con tanto di fascia tricolore, davanti al Bar dei Compari:

«Il servizio di igiene regionale ha diramato il seguente comunicato: Per motivi di sicurezza, igiene e decoro pubblico, è fatto divieto temporaneo di utilizzare l’acqua dell’acquedotto di Verbello per usi potabili e irrigui. A titolo cautelativo ne è stato limitato il flusso e il servizio verrà fornito con autobotte una volta a settimana.»

Seguì silenzio.

Lo sguardo dei convenuti andò alla fontana prosciugata che emanava desolazione

La fontana di Verbello non era “una” fontana. Era “la” fontana.

Quella dove avevano bevuto i nonni, le mucche, i bambini, i cani, i reduci e i preti. Quella dove si battezzava l’estate e si bestemmiava l’inverno perché era gelata. Quella che c’era già quando Verbello non aveva ancora deciso di chiamarsi così.

Romolo poggiò il bicchiere. Il Toscano non disse nulla. A parlare fu la signora Pasquina, che non parlava da tre anni:

«L’acqua nostra… non la toccate.»

Il vigile deglutì e proseguì:

«A seguito di segnalazioni da parte di alcuni turisti per presunto sapore “metallico” dell’acqua, verranno effettuati prelievi e analisi. Nel frattempo, l’accesso sarà transennato.»

Transennato.

La parola fece un giro lento nella testa dei verbelliani.

Il vigile urbano, finita la lettura, si tolse la fascia con un gesto nervoso. Non gli piaceva essere lì, lo si vedeva chiaramente. Non per paura, ma per vergogna.

«Io… io eseguo gli ordini» disse piano, come a scusarsi.

Nessuno rispose.

Il pomeriggio stesso arrivarono i tecnici con tute, provette e nastro rosso e bianco. Appiccicarono un cartello:

“ACQUA NON POTABILE – ORDINANZA UFFICIO D’IGIENE ASL etc…”

Il cartello rimase lì, appeso storto, come una sentenza scritta da qualcuno che non aveva mai messo piede a Verbello.

Il Toscano fissava il cartello. Non la fontana. Le parole. Da anni aveva imparato che le parole sono più pericolose delle armi.

«ASL…Regione, Saltafossi» mormorò.

Amelio si asciugò le mani nel grembiule.

«L’acqua la beviamo da sempre.»

«E non siamo ancora morti» aggiunse Adelina.

Il Toscano scosse la testa.

«No. In questa storia l’acqua non c’entra nulla. Questo l’è un capolavoro di quei briganti di Belsole. Sono sicuro che si so’ messi d’accordo con quel delinquente dell’Assessore regionale Saltafossi, guarda un po’ il caso si è scomodata la ASL…»

E manco a dirlo, nel frattempo, a Belsole, le analisi erano già pronte. O meglio: lo erano diventate.

I campioni prelevati a Verbello avevano fatto un giro più lungo del necessario. Prima un laboratorio “di appoggio”, poi un secondo controllo, poi una rettifica tecnica. Ogni passaggio aveva aggiunto una virgola, un valore, una dicitura ambigua.

“Presenza anomala di metalli compatibili con infrastrutture obsolete.”

“Valori borderline.”

“Consigliata sospensione cautelativa.”

Nulla di falso in modo plateale. Tutto falso nel suo insieme.

Il funzionario ASL che aveva firmato il referto lo fece con la mano che tremava leggermente. Non era un cattivo uomo. Era solo uno che aveva appena estinto il mutuo e sistemato il figlio all’università.

L’assessore regionale Saltafossi aveva parlato chiaro:

«Non stiamo avvelenando nessuno. Stiamo solo prevenendo.»

Prevenendo cosa, non lo aveva detto.

A Belsole la notizia si sparse con una rapidità sospetta.

«Avete sentito? L’acqua di Verbello…»

«Eh, si sapeva… quelle tubature vecchie…»

«Certe cose vanno lasciate ai professionisti.»

Livio Berzotti sorrise mentre aggiornava i prezzi online. Gina Sorbellini cancellò due prenotazioni “per solidarietà”. Mantovani non fece nulla. Non ne aveva bisogno.

A Verbello, invece, qualcosa non tornava.

Il dottor Corrioni, che di liquidi se ne intendeva più di molti altri, prese un bicchiere, lo riempì alla fontana e lo guardò controluce.

Lo annusò.

Lo assaggiò.

Sputò.

«È acqua.»

«Grazie al cazzo» disse Romolo.

«No», ribatté il veterinario «È acqua buona.»

Il Toscano lo guardò.

«Sei sicuro?»

«Sicuro come quando ti dico quanto manca a vacca per partorire.»

Silenzio.

«Allora ha ragione il Toscano, qui c’è lo zampino di Saltafossi.»

Quella frase cambiò tutto.

Non era più Verbello contro i turisti. Non era più Verbello contro Belsole. Era Verbello contro una menzogna firmata e timbrata. E contro quelle, Verbello non aveva mai combattuto. Ma stava per imparare.

Il giorno dopo Corrioni si presentò al Bar dei Compari con una borsa frigo da veterinario e un’aria da chirurgo.

«Campionamento serio» disse.

Romolo lo guardò storto.

«E perché serio? Quello dell’ASL cos’era, una degustazione?»

Corrioni ignorò l’ironia. Prese tre bottiglie sterilizzate, guanti, etichette, pennarello. Prelevò l’acqua in tre punti diversi: fontana, rubinetto del bar, casa di Adelina. Segnò data e ora come se dovesse testimoniare davanti a un tribunale internazionale.

«Ora le mando a un laboratorio privato» disse.

«E se anche lì sono amici degli amici?» chiese Adelina.

«Allora le mando a tre laboratori. Uno in valle, uno in città e uno…» fece una pausa, «uno fuori regione.»

Il Toscano annuì, soddisfatto.

«Bravo. Quando la merda è alta, bisogna guardare da sopra.»

Sembrava un piano buono, peccato che la macchina della menzogna fosse più veloce.

Prima ancora che Corrioni riuscisse a consegnare i campioni, l’ordinanza era già diventata un racconto. E come tutti i racconti, era cresciuta.

A mezzogiorno, al bar, arrivò un messaggio sul telefono di un turista:

“ATTENZIONE: ACQUA CONTAMINATA A VERBELLO. RISCHIO SANITARIO.”

Non c’era firma, non c’era la fonte, ma bastava. Nel pomeriggio un’altra famiglia fece le valigie, poi un’altra, poi un’altra ancora.

Non litigavano più con i verbelliani, ora li guardavano con sospetto, come se fossero tutti portatori sani di chissà quale contaminazione.

«Scusate, ma noi abbiamo bambini…»

«Noi abbiamo prenotato per rilassarci…»

«Noi siamo qui per la natura… ma non per morire.»

Romolo, che fino al giorno prima aveva odiato i turisti, li vide andarsene e provò qualcosa che non gli piaceva affatto: tristezza. Perché i turisti erano fastidiosi, sì, ma erano anche soldi. E i soldi, a Verbello, erano come l’acqua: quando mancano, ci si accorge che servivano.

A Belsole, nello stesso momento, succedeva l’opposto.

Livio Berzotti cominciò a ricevere chiamate.

«Senta, abbiamo sentito che a Verbello…»

«Noi vorremmo spostarci a Belsole…»

«Ha qualcosa per una famiglia? Anche un garage va bene, basta che l’acqua sia buona.»

Berzotti sospirava con finto dispiacere:

«Che tragedia… ma certo, vediamo cosa posso fare.»

E mentre parlava, alzava i prezzi.

Gina Sorbellini, invece, faceva la parte della santa:

«Io non ci guadagno niente… lo faccio per spirito di accoglienza…»

Poi aggiungeva:

«Però, con tutte queste urgenze… l’alta stagione… capisce…»

Mantovani non rispondeva nemmeno al telefono, aveva fatto il tutto esaurito.

Intanto, a Verbello, l’aria cambiò. Non era più “turisti invadenti contro paesani scazzati”.

Ora era “paese contro un’ingiustizia che gli stava portando via il futuro”. E quando un paese sente di avere un futuro e qualcuno glielo strappa, smette di essere comico. Diventa determinato.

Il Toscano convocò una riunione al Bar dei Compari. Non una riunione per sfogarsi. Una riunione per decidere.

«Ragazzi» disse, «qui non è che ci stanno dando fastidio. Qui ci stanno facendo fuori.»

E nessuno, per la prima volta, rise.

Il silenzio che seguì alle parole del Toscano non era imbarazzo era vera preoccupazione.

Il dottor Corrioni fu il primo a parlare.

«Se vogliamo dimostrare che mentono, servono numeri.»

«E se i numeri non bastano?» chiese Adelina.

Corrioni strinse le labbra.

«Allora servono persone.»

Il piano, sulla carta, era semplice.

Le controanalisi arrivarono dopo quattro giorni. Tre laboratori diversi, tre province diverse, tre timbri diversi. Tutti dicevano la stessa cosa: acqua perfettamente potabile, valori nella norma, nessuna traccia di metalli anomali, nessun rischio sanitario.

Corrioni infilò i referti in una cartellina blu e andò alla ASL di Valgrande.

Tornò la sera stessa.

Non parlò subito. Si sedette. Bevve un bicchiere d’acqua. Proprio quella.

«All’ASL non li vogliono protocollare» disse infine. «Dicono che servono ulteriori verifiche, che i campioni non sono validi e che bisogna attenersi alle analisi ufficiali.»

«Le loro» disse Romolo.

«Le loro» confermò Corrioni.

Il Toscano non si stupì.

«Quindi siamo sani, ma ufficialmente malati.»

«Esatto.»

«E intanto?» chiese Adelina.

Corrioni guardò fuori dalla finestra.

«Intanto Verbello muore di fame, non di sete.»

Fu in quel momento che qualcuno ebbe un’idea. Il professor Ildebrando Acciari, che fino ad allora aveva parlato poco e ascoltato molto.

«Io vi chiedo: Cui prodest?»

«Eeeeh?» dissero tutti in coro.

«A chi giova? Chi è che sta traendo vantaggio da questa situazione?»

«Mi sembra ovvio, quei figli di baldracca di Belsole», rispose il Toscano aggiungendo altre allocuzioni colorite che è meglio non riportare.

«E allora io dico: Se Sparta piange Atene non ride, o meglio, non “deve” ridere!»

«Professore, per piacere la smetta con queste divagazioni, parli come mangia, che vor dì?» Sbotto Romolo

«Vole di’ che se noi la si fa la fame, perché qualcuno ci sta fregando, pure a quei bischeri di Belsole gli deve tocca’ la stessa sorte. Dico bene professo’?» Sintetizzo il Toscano che sveglio come pochi aveva già capito tutto.

«Esatto. E se qualcuno che ha pilotato i dati dell’acqua, come penso, fa capo a quei noti truffatori di Belsole, noi potremo rendere la pariglia ma con gli interessi» ribadì il professor Acciari.

«Sì, ma come? Noi non siamo ammanicati come loro con ASL e Regione» obiettò il Dottor Corrioni

«Certamente, ma non truccheremo i dati dell’acqua noi li modificheremo in modo tangibile e con conseguenze che tutti verificheranno. Hi, hi, hi!» rispose il Professore e scoppiò in una risatina isterica che gli fece mancare il fiato.

«Avete presente quella piccola costruzione che si trova sul crinale a circa duemila metri sopra Monte Ravulo? Beh, quella è la presa dell’acqua dell’acquedotto che serve Belsole. Nottetempo, un manipolo di audaci entrerà “manu militari” lì dentro e verserà il contenuto di alcune botti di lassativo. Una purga “educativa” come dire» sogghignò il professor Acciari.

«Sì, va bene, ma come facciamo a procuraci così tanto medicinale? Se lo acquistiamo in farmacia qualcuno potrebbe insospettirsi» obiettò di nuovo Corrioni.

«A questo non avevo pensato» disse Acciari

«Ma non serve acquistare nulla, possiamo usare il decotto della Vedova Marta» esordì Adelina.

«Sei un genio!» Gridò il Toscano, «e l’hai ragione! Co’ quello si cacheranno pure l’anima.» E si piegò in due dalle risate.

«Il decotto della Vedova Marta? Non vi pare di esagerare?» Disse qualcuno.

«Perché? Cosa è questo decotto? È così terribile?» Chiese Acciari.

«Vede professore, è un miscuglio di erbe che inventò appunto Marta, una vedova che visse a Verbello circa un secolo fa, per, diciamo, dare la stura ai somari quando avevano fatto indigestione e si erano, come dire, “intoppati”. La ricetta viene trasmessa di generazione in generazione e fa parte del patrimonio culturale del nostro paese. Anche io l’ho usata con animali un po’ ingordi che rischiavano l’occlusione intestinale» chiari il Dottor Corrioni.

«Funziona?» chiese il professore.

Corrioni annuì lentamente.

«Funziona.»

«Bene» concluse Acciari. «Allora diciamo che Belsole avrà finalmente modo di riflettere. A lungo. E stando seduta» sempre ridacchiando.

Il silenzio complice che seguì suggellò il patto di sangue tra i Verbelliani presenti.

Dalle parole passarono ai fatti e, nottetempo, si compì il misfatto.

Verso le due di notte Romolo, il Toscano e Corrioni, portarono, a dorso di mulo, tre taniche di Decotto della vedova Marta, che Adelina aveva prontamente preparato. Entrarono nel casotto e li versarono nelle cisterne dell’acquedotto di Belsole. Poi, sempre con il favore delle tenebre ritornarono in paese pregustando e immaginando le scene del giorno dopo.

A Belsole l’alba arrivò puntuale, come sempre, il problema fu che nessuno la accolse con entusiasmo.

Nel primo hotel di charme la colazione venne allestita con cura maniacale: pane ai semi antichi, yogurt narrativo, frutta tagliata con rispetto zen. Alle otto e trenta, però, la sala era ancora vuota.

Alle nove arrivò il primo cliente. Camminava rigido e si sedette vicino alla porta.

Alle nove e un minuto si rialzò per raggiungere velocemente i bagno.

Nel giro di mezz’ora il personale cominciò a notare la sala ancora vuota e una lunga fila davanti ai bagni, dove si stavano già creando i primi tafferugli per accaparrarsi l’ingresso.

«È urgente!»

«Anche per me è urgente!»

«Guardi che la faccio qui!»

«Maiale!»

«Vi ho avvertito!»

Il tutto accompagnato da terribili flatulenze.

Anche al centro benessere “Respiro d’Alpe” la situazione degenerò rapidamente. Il percorso sensoriale prevedeva sauna, bagno turco e rilassamento profondo. Quella mattina, invece, il rilassamento si trasformò in urgenza spirituale.

Una signora in accappatoio chiese con voce tremante:

«Scusi… il bagno più vicino… è una urgenza … la prego…»

Il responsabile provò a mantenere la calma.

«Calma signora, respiri.»

Lei respirò profondamente ma fu grave errore.

Alle dieci e venti il wellness chiuse “per manutenzione straordinaria”.

Nei ristoranti la tragedia assunse toni lirici.

Un cameriere annunciò:

«Il piatto del giorno è…» ma non fece in tempo a finire la frase.

Un tavolo intero si alzò in silenzio, come un sol uomo, e si diresse verso i servizi. Il maître capì che qualcosa non andava quando il tempo medio di permanenza in bagno superò quello di cottura di un ossobuco.

Dopo alcune ore, mezzo paese era asserragliato nei bagni e l’altro mezzo era in fila davanti alle porte aspettando che si liberasse il gabinetto. Qualcuno cominciò a farsi domande.

«Ma non potrebbe essere l’acqua? Io ne ho bevuto solo un bicchiere e non ho mangiato nulla, non può essere che lei.»

«È la stessa di sempre» rispose il direttore.

«Come mai a Verbello hanno chiuso l’acquedotto e qui no?»

Ma le risposte non bastavano più.

A metà mattina iniziarono le cancellazioni, non rumorose, un po’ imbarazzate.

«Ecco… abbiamo avuto un piccolo… imprevisto intestinale. Nulla di grave, però… anticipiamo la partenza.»

Sui social comparvero i primi commenti, prudenti ma eloquenti:

“Belsole molto carina, ma esperienza… intensa, forse un po’ troppo.”

“Relax totale, sì ma seduti su una tazza del cesso.”

“Consiglio: limitare i liquidi.”

Livio Berzotti ricevette tre telefonate di fila.

Alla quarta spense il telefono.

Gina Sorbellini pianse, ma non nel modo giusto: piangeva a intermittenza, con pause strategiche.

Panegrossi suggerì discrezione.

«È solo un caso.»

«Statisticamente irrilevante.»

Mantovani, invece, non disse nulla, ma beveva acqua di bottiglia. Nel primo pomeriggio l’assessore regionale convocò una riunione urgente ma durò poco. Nessuno riusciva a stare seduto abbastanza a lungo.

La parola “epidemia” non venne pronunciata.

Nemmeno “sabotaggio”.

Solo una frase, ripetuta sottovoce:

«Meglio non attirare attenzione.»

A Belsole, quella sera, le luci erano accese come sempre. Ma le strade erano stranamente vuote.

E mentre qualcuno iniziava a chiedersi da dove fosse arrivata quella strana giornata, a Verbello si beveva acqua fresca, si mangiava polenta e nessuno sentiva il bisogno di spiegare niente.

Perché certe lezioni, quando arrivano, non hanno bisogno di didascalie.

A Verbello il mattino dopo arrivò come arrivano sempre i mattini importanti: senza annunci.

La fontana zampillava di nuovo regolarmente, l’acqua era fresca e trasparente. Innocente come se non fosse successo nulla.

Romolo aprì il Bar dei Compari all’ora giusta. Mise fuori i tavolini, spazzò via due foglie e una cartaccia che non ricordava di aver visto il giorno prima. Spillò il primo caffè con attenzione particolare, come si fa quando si vuole dare l’impressione che tutto sia sotto controllo.

Servì un caffè con un bicchiere d’acqua al veterinario

«Buona?» chiese a Corrioni.

Corrioni bevve un sorso.

«Sempre stata.»

Arrivarono gli altri, uno alla volta. Nessuno parlava di Belsole. Nessuno faceva domande. Solo qualche occhiata e qualche sorriso eloquente. Si commentava il tempo, il raccolto, una mucca che aveva partorito in anticipo. Le cose normali. Quelle serie.

Adelina aprì l’emporio. Vendette pane, sale, una cartina sbagliata e due bottiglie vuote “che non si sa mai”. Sistemò la vetrina con la cura di chi ha la coscienza tranquilla.

Il Toscano arrivò più tardi del solito. Guardò la piazza, la fontana, la strada verso valle.

«Tutto bene?» chiese qualcuno.

«Normale» rispose lui.

Che, a Verbello, è la parola più rassicurante che esista.

Le famiglie Tribuzzi e Segapietra erano stati così colpiti dalle vicende di quei giorni che avevano deciso di trasferirsi definitivamente a Verbello. Avevano iniziato a ristrutturale un casale appena fuori al paese e ci erano andati ad abitare insieme ma dividendo in due appartamenti, con bagni e cucine separate, ovviamente. Fecero colazione allo stesso tavolo. Non perché fossero diventate particolarmente amiche, ma perché la guerra era finita e ora c’erano altre cose di cui preoccuparsi, e l’unione, si sa, fa la forza.

Un turista rimasto chiese timidamente:

«Ma… qui l’acqua si può bere?»

Romolo gli riempì il bicchiere senza rispondere e lo guardò in modo eloquente.

Il turista bevve.

Sospirò.

«Buona.»

«Lo sappiamo» disse Romolo dandogli una pacca rassicurante su una spalla.

Nel pomeriggio passarono due giornalisti. Bevvero, mangiarono, fecero qualche domanda vaga. Se ne andarono con più dubbi di prima e un leggero nuovo rispetto verso questo paese.

Verso sera, Pasquina si avvicinò alla fontana. Si lavò le mani lentamente, come faceva da sempre. Poi disse, a voce alta:

«L’acqua rimette a posto molte cose.»

Nessuno dei presenti commentò.

Quando scese la sera, Verbello era di nuovo Verbello.

Non migliore.

Non più giusto.

Solo ancora lì.

E questo, per un paese di montagna, era sempre stato sufficiente.

Il Toscano chiuse il bar. Bevve l’ultimo sorso d’acqua. Guardò verso Belsole, che da lontano brillava un po’ meno del solito.

Poi spense la luce.

Perché certe storie finiscono così:

senza applausi,

senza confessioni,

con l’acqua che scorre

e ognuno che si tiene il proprio giudizio.

Fine, per ora…

 

Tratto da Verbello e Belsole, la storia continua

Flavio Lucibello

Ferie d’agosto

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