1000 follower.
Scriverlo fa quasi sorridere, perché viviamo in un tempo in cui i numeri sembrano avere valore solo quando diventano enormi, rumorosi, virali. E invece, per una pagina che parla di montagne, sentieri dimenticati, boschi, lupi, uomini fragili, memoria, silenzi e natura, mille persone sono tantissime.
Quando è nato Il Lupo Cerviero non c’era nessuna strategia. Non c’era un piano editoriale. Non c’era l’idea di costruire un “brand”. C’era soltanto il bisogno di raccontare.
Raccontare le montagne d’Abruzzo che amo e attraverso da anni. Raccontare gli animali selvatici senza trasformarli né in mostri né in cartoline romantiche. Raccontare i paesi delle aree interne, lo spopolamento, la memoria di chi resta e di chi ritorna. Raccontare la fatica di difendere la natura in un’epoca in cui tutto deve essere semplice, veloce e schierato.
In questi anni, attorno a questa pagina, si è creata una piccola comunità. Persone molto diverse tra loro, che spesso la pensano diversamente, ma che hanno ancora voglia di fermarsi a leggere un racconto lungo, una riflessione, una storia di montagna o perfino il silenzio di una fotografia.
E non è una cosa scontata.
Ci sono stati momenti belli. Presentazioni di libri. Escursioni. Incontri inattesi. In questi anni ho ricevuto molti messaggi che porto ancora con me. Persone che mi hanno scritto: “Leggendo mi sembrava di essere lì”, oppure “Sentivo il rumore del bosco, il freddo della neve, l’odore della montagna”. In alcuni casi ho fatto anche sorridere come raccontando le storie di Verbello e Belsole.
Ed è forse questa la cosa più bella che possa capitare a chi prova a raccontare la natura: riuscire, anche solo per qualche pagina, a far sentire qualcuno dentro un luogo, dentro un’emozione. Ed è probabilmente il motivo principale per cui continuo a raccontare.
Ci sono stati anche momenti difficili. Discussioni feroci, polemichette social, delusioni. La sensazione, a volte, di parlare una lingua fuori moda in un mondo che corre troppo veloce.
Ma forse è proprio questo il senso del cammino.
Continuare a raccontare la natura non come uno sfondo da consumare, ma come qualcosa che ci riguarda profondamente. Continuare a credere che i territori marginali non siano luoghi da abbandonare. Continuare a pensare che conoscere significhi anche imparare a rispettare. Continuare a raccontare la nostra storia, la storia delle nostre genti, dei nostri padri che è stata scritta anche in mezzo a queste montagne.
Perciò grazie.
A chi legge. A chi commenta. A chi critica senza insultare. A chi condivide un pezzo di strada.
E grazie soprattutto a chi, in questi anni, ha dimostrato che esiste ancora spazio per storie lente, selvatiche e umane.
Il Lupo Cerviero continua il suo cammino.

