Messaggio in una bottiglia 4

IL CIELO DELLA DOMENICA

È domenica, oggi a casa. Sono le prime ore del mattino ma non riesco più a dormire, anche se potrei starmene a letto, mi alzo e chiudo adagio la porta della camera. Il tempo è quello dell’inizio autunno, non fa freddo ma cambia repentinamente, nuvole alte e sfilacciate si alternano a chiazze di azzurro sbiadito. Più in là, sul mare, il cielo plumbeo annuncia l’arrivo di temporali. La casa è su una collina rivolta a ovest e, dalle finestre, lo sguardo spazia dal mare alla città. L’aria è ancora limpida per la pioggia di ieri e si riescono persino a vedere due navi cargo dirette a Civitavecchia. Dall’altro lato un raggio di sole illumina il Cupolone, che svetta sui tetti dei palazzi nobili del centro di Roma. Non è la bellezza statica di questo panorama a colpirmi ma piuttosto il fermento che regna nell’aria tersa di questa giornata. 

Uno stormo di storni disegna in cielo un caleidoscopio di forme; senza un’apparente logica, migliaia di uccelli si muovono all’unisono, roteando e scendendo in picchiata sugli uliveti che digradano dolcemente verso le prime case della città. Poi un gruppo si separa dall’onda principale e, come se stessero eseguendo una complessa coreografia, si esibisce in una danza sincronizzata, allontanandosi e riavvicinandosi, proprio come onde di un mare in tempesta. Improvvisamente, vedo una sagoma più grande e più scura che si getta in picchiata verso lo stormo di uccelli facendo aumentare la frequenza del moto ondoso. È un falco pellegrino che, sfruttando la sua velocità, cerca di sorprendere gli storni che invece rispondono rapidamente mandando a vuoto i suoi attacchi. Quando finalmente scendono per posarsi sugli alberi, il battito delle loro ali e i loro cinguettare produce un mormorio e una moltitudine di suoni, che si sente anche a distanza e che gli abitanti di Lungo Tevere conoscono molto bene.

Poco più in là, sulle antenne di un palazzo, un gruppo di cornacchie discute animatamente, forse per assicurarsi il posatoio migliore. Più in basso, le loro consorelle si stanno contendendo il cibo con la nutrita colonia di gatti che viene regolarmente sfamata da giovani e vecchie “gattare”. Mi ha sempre colpito l’attenzione che alcune di loro mettono nell’accudire i “mici”. Se ce n’è uno malato o più debole di altri, gli mettono il cibo a parte, consentendogli di nutrirsi senza essere prevaricato dai suoi simili. Sì, lo so, che è contro la selezione naturale e che si rischia di umanizzare comportamenti dettati dall’istinto di sopravvivenza della specie, ma a me fa comunque tenerezza che un essere umano dedichi energie e attenzioni ad altri esseri viventi. L’esito della contesa tra cornacchie e gatti non è così scontato. I pennuti sono intraprendenti e astuti, mi ricordano il comportamento delle iene con i leoni: alcune li distraggono mentre altre gli rubano la preda; anche il rischio di diventare da predatore a preda fa parte del gioco.

Guardo verso il mare e vedo alti ed eleganti gruppi di gabbiani che hanno passato la notte appollaiati sull’antemurale di un porto o su un peschereccio. Passano vicinissimi al palazzo. Hanno un’eleganza e una fluidità del volo che mi riporta alla mente alcune frasi del gabbiano Jonathan Livingston: “Siamo liberi di andare dove ci aggrada e di essere quelli che siamo”. Della mia generazione chi è che non ha letto il libro di Richard Bach? Non sempre abbiamo capito tutto, ma era imprescindibile leggerlo. Un libro di “formazione” come diremmo ora. Però, se poi penso in maniera più prosaica che i suddetti gabbiani sono diretti alla discarica di Malagrotta, un’altra frase del libro diventa più attuale: “Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo”. Chissà se oltre alla fantasia umana un gabbiano “Jonathan Livingston” possa esistere davvero?

Il cielo si è fatto più scuro, il vento porta già le prime gocce di pioggia che si infrangono sui vetri. La mia osservazione dei gabbiani viene distolta da qualcosa che cade dall’alto ma non è acqua, sembrano piume, anzi, sono piume. Alzo lo sguardo e, sul cornicione del piano di sopra, dove il palazzo fa angolo, vedo un falco pellegrino che sta spennando un piccione. È un’immagine di una cruda bellezza che mi cattura. Resto lì a guardare incantato la bellezza altera del falco, così vicino e così tranquillo della sua superiorità. Mi dispiace per il povero piccione ma fa parte del gioco crudele dell’evoluzione, cadono i più deboli e malati e questo fa evolvere e migliorare la specie.

Poi trasferisco il ragionamento all’uomo, non c’è niente da fare ormai ogni percorso mi porta su questa strada. Senza scomodare Diogene mi chiedo:  “Ma la nostra specie sta evolvendo?”

 Certamente la scienza e la tecnologia hanno migliorato, e di tanto, la lunghezza media e la qualità della vita, ma la specie “uomo” quanto è evoluta? Quanto ha imparato a vivere sul pianeta che la ospita? Quanto ha imparato a interagire con i suoi simili? Saremmo capaci di spostarci come un solo essere, come fanno gli storni o i branchi di sardine, dimostrando una comunicazione inter-specie che ci protegga e che protegga i nostri simili. Il nostro agire va veramente in quella direzione? Lasciando per un attimo da parte l’etica, che comunque ci porterebbe ad altre riflessioni ma che è chiaramente soggettiva e opinabile, se non fossimo un animale dotato di intelletto, porteremmo coscientemente il nostro pianeta verso la catastrofe?

E come diceva un noto uomo di spettacolo: “Meditate gente meditate!”

Buona domenica.

F.L.

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