Qualche tempo fa, rimasi impressionato da una lettera, riportata dai giornali, di un professore scomparso prematuramente, scritta ai suoi alunni il suo ultimo giorno d’insegnamento. Riporto alcune righe particolarmente significative:
“… usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.”
Ovviamente gli interlocutori “preferenziali” dovrebbero essere i giovani, e aggiungo di qualsiasi età, perché, anche la natura lo insegna, l’imprinting comincia presto. Per i popoli del Mediterraneo, questa cosa era chiara già molti secoli fa. Gli antichi Greci chiamavano “paideia” (da pais, bambino) l’educazione che i ragazzi ricevevano dopo i 7 anni d’età. Il suo obiettivo mirava a formare dei perfetti cittadini attraverso un insegnamento: letterario, retorico, scientifico e filosofico, senza dimenticare l’educazione fisica e artistica. Formatasi in epoca arcaica, la “paideia” si estese a tutte le regioni del Mediterraneo, divenendo un esempio formativo per tutti i popoli.
Anche per i Romani l’educazione era un fatto sociale, per inserire i giovani nella vita della città quindi con un intento civico; il cittadino romano doveva sapersi comportare di fronte alla collettività in modo adeguato. L’educazione e la cultura romana hanno un intento più pratico e meno speculativo rispetto al mondo greco. I romani usano il termine “educatio” per indicare la prima formazione volta allo sviluppo delle attitudini fisiche, morali e intellettuali; la formazione culturale vera e propria è rimandata agli anni successivi è un’educazione raffinata e fondata su valori morali, chiamata “humanitas”.
Dovete sapere che Micione, oltre a essere il soprannome che mi ha affibbiato la mia dolce metà per alcuni miei aspetti caratteriali, è anche il nome di un personaggio della commedia di Terenzio intitolata Adelphoe. Protagonisti della commedia sono due fratelli, Demea e Micione, che Terenzio ritrae alle prese con l’educazione dei figli. Terenzio consapevole del fatto che non ci sono ricette assolute, perciò propone due modelli antitetici: Demea fautore di metodi fondati sulla severità, sul valore dei NO che aiutano i figli a crescere e ad affrontare la vita; Micione crede, invece, nella forza del dialogo e io mi riconosco di più in questo personaggio, nella sua ricchezza e nei suoi limiti.
Imprinting, Paideia, Educatio, Humanitas, comunque la si chiami, da Terenzio ai giorni nostri, l’idea non è cambiata. Educare significa, infatti, guidare, testimoniare con l’esempio come vanno affrontate le vicende della vita: le sfide con coraggio, il successo con senso della misura e le sconfitte, non come fallimenti, ma come esperienze inevitabili da cui imparare a risollevarsi.
Fatte queste considerazioni e senza avere la pretesa di diventare un “educatore”, ho cominciato a scrivere dei racconti per ragazzi in età scolare, che, in maniera semplice, introducano elementi di amore e rispetto per la natura e ne stimolino la voglia di conoscere. Instillare il germe della conoscenza, della curiosità, della voglia di vedere e di toccare il mondo che è fuori dalle quattro mura dentro le quali, la maggior parte dei giovani d’oggi, trascorre la sua vita fatta di esperienze di “realtà virtuale” e di universi digitali.









