Arturo e Ginevra sono nati molti anni prima che decidessi di scrivere la loro storia. Solo che allora non si chiamavano ancora così.
Era il 1983 e sul Monte Pellecchia, nei Monti Lucretili, partecipavo a uno dei campi organizzati per la sorveglianza dell’aquila reale.
Una piccola tenda canadese da due posti, alla base della parete che ospitava il nido ma opportunamente distante, due binocoli, una macchinetta del caffè, tanta passione e ancora più pazienza: questo era il nostro campo base. Appena svegli si accendeva il fornelletto a gas per fare il caffè e subito dopo si controllava il nido. Avevo ventisei anni e i giorni e le notti trascorsi in quella piccola valle sono rimasti impressi nella mia memoria in maniera indelebile. Di quell’esperienza è rimasta anche una piccola testimonianza cartacea. WWF e LIPU pubblicarono un opuscolo dedicato all’aquila del Pellecchia, nel quale furono riportate anche alcune pagine del diario che compilavamo quotidianamente durante il campo.

Immagine di Michele Cogliati tratta dal libro “Dedicato ai rapaci”
Sono passati più di quarant’anni.
Le aquile hanno continuato a frequentare il Pellecchia e io ho continuato a frequentare montagne e animali selvatici. Quando, molti anni dopo, ho cominciato a immaginare un racconto per ragazzi dedicato a una coppia di aquile, probabilmente una parte della storia era già lì, in quelle giornate trascorse a scrutare una parete rocciosa attraverso un binocolo. Mancavano soltanto due nomi: Arturo e Ginevra.
Quando dico che le storie di Arturo e Ginevra – Dove covano le aquile e altri racconti nascono dall’osservazione della natura, per la prima di queste quell’osservazione è cominciata davvero molto tempo fa. Nel 1983, su una montagna dei Lucretili, davanti a una parete dove covavano le aquile. Allora non potevo saperlo, ma forse Arturo e Ginevra erano già lì.
P.S. Il merlo acquaiolo del racconto c’era davvero, nel Fosso del Castiglione che attraversa quella valle.
Una curiosità
Sapete perché l’aquila reale si chiama così? Non perché sia la “regina” delle aquile. Il nome deriva dai caratteristici riflessi dorati delle penne sulla nuca e sul collo. Anche il nome scientifico, Aquila chrysaetos, lo racconta: dal greco chrysós, “oro”, e aetós, “aquila”. L’aquila d’oro.









