Fosse pe’ me febbraio nun dovrebbe esiste. Piove sempre, fa ‘n freddo cane e le strade de Roma diventano un pantano. E tutto quer fango finisce immancabilmente sur pavimento dell’osteria.
Però c’ha pure un pregio. Quanno fori nun ce se po’ sta’, la gente se stringe intorno ar foco, magna, beve e resta a fa’ serata. E poi succede che capitano serate che lì per lì nun ce fai caso, ma te le ricordi finché campi.
De tutta la gente che ho servito all’Osteria del Moro: cardinali, briganti, attori, cocchieri e pure un paio de principi che nun volevano fasse riconosce, nessuno me è rimasto impresso quanto quei due musicanti arrivati durante er Carnevale der ventuno.
Sto proprio dietro Largo Argentina e, quanno finisce er teatro, qui dentro c’entrano tutti: carrettieri, studenti, cantanti, giocatori, mercanti, qualche ladro e persino due frati che bestemmiavano peggio degli scaricatori der porto de Ostia.
Ma i due che arrivareno quella sera de febbraio non li avevo mai visti. l primo era alto e secco come un ramo d’inverno. Portava un violino sotto il braccio con la stessa cura con cui certi disperati tengono una reliquia. Aveva er viso pallido, scavato, e due occhi che parevano aver dormito poco e male per tutta la vita. L’altro invece aveva modi più allegri, mantello buono, ‘na panza rispettabile e l’aria de uno che sa riconoscere a distanza una cucina decente e ‘na bottiglia sincera. Portava ‘na chitarra in spalla manco fosse un sacco de patate.
«Se siete venuti a suonare per mangiare gratis», dissi asciugando un boccale, «vi avverto che qui la compassione costa più del vino.»
«Non ve preoccupate sor maestro, noi pagamo tutto. La musica ce serve solo pe’ fa un po’ de cagnara in allegria» Disse quello con la chitarra. Provò pure a parla’ romanesco, ma je riusciva male. Se sentiva lontano un miglio che era forestiero. Aveva quell’accento cantilenante e strascicato de chi è nato tra la nebbia e i portici. Pensai: “Questo è de Bologna… forse”.
Se misero seduti un po’ in disparte, a un tavolo sotto l’archetto di pietra che sta in un angolo. Ie chiesi:
«Che ve porto?»
Me rispose come ar solito quello più in carne che, da come guardava la cucina, capii subito che era uno che de magnà se ne intendeva. «Portatece un litro de Frascati, bello fresco. Ma che sia quello bono, eh. Nun prova’ ad ammollamme una ciofeca, come dite voi, perché me ne accorgo subito», disse strizzando un occhio, «E per magiare quattro carciofi e ricotta fresca de pecora se ce l’avete.»
«C’ho ‘n abbacchietto alla cacciatora che farebbe risuscita’ li morti, la trippa e la coratella se volete» je proposi.
«Manco morto! Senza offesa eh!?! Ma tra voi romani e i gatti di strada non ho ancora capito chi mangia le cose più strane. Sul vino nulla di dire, ma per il resto…»
L’altro invece nun disse una parola. Pareva più interessato alle facce della gente che ar vino o alla cena. Je chiesi:
«E a voi, sor maestro, che ve porto?»
Solo allora sembrò accorgese de me. Alzò gli occhi, e quello sguardo me rimase impresso pe’ anni. Pareva che te guardasse dentro. Due occhi neri e profondi, co’ le pupille sottili come spilli. Forse era pure er modo in cui era vestito che me suggestionò. Marsina nera, panciotto nero, pantaloni neri che je cascavano larghi intorno alle gambe secche. E poi quelle braccia… Madonna santa, quelle braccia. Lunghe come rami de salice, tanto che da seduto pareva quasi je dovessero struscià per terra. Insomma, a prima vista stava a metà strada tra un beccamorto e uno iettatore. Se me l’avessero presentato de notte in un vicolo, probabilmente avrei cambiato marciapiede. Nun era brutto, intendiamoci. Ma c’aveva addosso qualcosa che metteva soggezione.
«Ce l’avete un minestrone di verdure o una minestra di fagioli? Col freddo che c’è fuori mi vorrei proprio riscaldare con qualcosa di caldo»
«Certo che c’avemo un minestrone. La minestra romana nun c’ha rivali! E il minestrone è er principe delle minestre romane», je risposi.
«A sì? E che avrebbe di così speciale ‘sta minestra?» Intervenne er compare che de cucina ce doveva capì.
«Prima de parlà della minestra dovete sapé che cos’è er battuto. Perché ve lo dico subito: senza battuto la minestra romana nun se regge in piedi. Sarebbe come fa’ ‘na gricia senza guanciale.»
Quello co’ la chitarra fece una smorfia scandalizzata.
«E sarebbe un delitto», disse.
«Appunto.»
Me appoggiai ar tavolo.
«Er battuto se fa co’ lardo, guanciale, cipolla, sedano, carota e prezzemolo. Tutto tritato fino fino e poi lasciato canta’ in padella. E quanno comincia a sfrigolà e a profumà tutta la cucina, allora è la vorta delle verdure. Quelle che la stagione t’ha regalato quel giorno. Fagioli, patate, broccoli, cicoria… quello che c’è.» Scossi le spalle. «Alla fine ‘na spolverata de pecorino e ve scordate pure de quanto fa freddo là fori.»
Mentre parlavo vedevo gli occhi der panzutello brillà ogni vorta che nominavo er lardo o er guanciale.
«Va bene portatemi questo minestrone eccezionale» disse er secco e me fece na specie de mezzo sorriso.
Fu la prima cosa normale che gli sentii dire quella sera e me sembrò meno jettatore e più cristiano.
Mentre mettevo a scaldà er minestrone diedi un’occhiata alla sala. Era ‘na sera tranquilla mejo de altre. A un tavolo staveno a gioca’ a carte. Un vetturino de Viterbo, che passava ‘na sera sì e una no, era entrato fradicio come un purcino e s’era messo vicino ar foco a scallasse le mani gelate mentre se beveva ‘na fojetta. Du’ frati staveno a contà quello che avevano racimolato dal giro der quartiere per raccogliere l’elemosina. C’era pure ‘no studentello co’ quattro libri sotto ar braccio, che deve ave’ preso na pezza per la fija der vinaio che me dava una mano a servì ai tavoli. Ma nun c’ha speranza quella guarda altrove. Insomma, era ‘na serata come tante. Non faccio a tempo a ritorna’ dietro al bancone che dal tavolo dove staveno a gioca’ a bazzica partono una sequenza de improperi che avrebbero fatto vergogna’ pure un malandrino.
«A infame t’ho visto c’hai barato! Er tre de coppe è uscito due mani fa!» Fa uno
«Ma che sei ‘mbriaco? Te confondi con la partita prima, bevi de meno!» Ie risponne er compare
«Te lo do io “bevi de meno” mo te rompo…»
«Aò! Famola finita o ve caccio fori a carci ner culo. Qui nun se bestemmia!» Dovetti intervenì pure pe’ salvà le apparenze davanti alli frati e ai due forestieri.
Insomma, tra la pioggia che tamburellava sui vetri, Armida che lavava i bicchieri e quelli che stavano quasi a venì alle mani, nell’osteria ce stava un casino che metà bastava. A un certo punto vidi quello più robusto che se mise la chitarra sulle ginocchia e provò du’ accordi.
«Eccoli», pensai. «Mo se mettono a cantà du’ stornelli.»
Ma nun je badò nessuno. Er vetturino se scaldava le mani vicino ar foco; li giocatori ancora se urlavano addosso; Armida continuava a lavà i boccali e li frati parlavano tra loro come se niente fosse. Poi successe una cosa strana. Er secco se alzò piano. Aprì la custodia. Tirò fori er violino come se stesse a prende in mano ‘na creatura viva.
Passò l’archetto sopra le corde una sola vorta…
…e l’osteria cambiò faccia.
Tutti se vortarono verso il tavolo dove staveno i due forestieri. Er vetturino non s’accorse che se stava a versà er vino fori dar bicchiere; Armida n’antro po’ rompe un bicchiere, se salvò solo per l’intervento der giovine che je stava sempre appiccicato che lo prese al volo. Pure i giocatori de carte smisero de litigà e se girarono verso la coppia parlando a bassa voce. Quello con la chitarra cominciò ad arpeggiare e subito me resi conto che nun sonava come un cantante de osteria. Nun menava alla chitarra ma pizzicava le corde con grazia, sembrava che fossero più strumenti a suonare contemporaneamente.
Poi er secco cominciò che pareva che er violino sonasse da solo e lui je stesse appena appoggiando le dita. Lo giuro su quanto c’ho de più caro. Nun riuscivo più a capì dove finivano le mani e dove cominciava er violino.
E a quer punto tutti se zittirono. Puro er temporale fori sembrava che avesse trattenuto er respiro. Quello che me corpì più de tutto fu che il corpo secco e allampanato de quello cor violino se trasformò. Cominciò a movese come un indemoniato a destra e a sinistra, co ‘ste braccia lunghe che parevano ali de un uccellaccio nero. Ve giuro io nun so facile a impressionamme, ma quella musica, bella sì, ma sembrava venì da l’altro monno.
Quando finì rimanemmo tutti zitti come imbambolati. Se sentiva solo lo schiocco della legna ner camino. Io in quarant’anni di mestiere non avevo mai visto una stanza piena di gente diventare così silenziosa.
Allora i due musici se guardarono, quello con la chitarra se mise a ride, strizzò l’occhio ar secco e cominciò a sona’ un saltarello, musica nostra insomma. Er violino je andrò appresso e in un attimo l’aria dell’osteria cambiò d’umore. Chi batteva er tempo coi piedi chi accennava un passo saltando sul posto.
Armida me diede un’occhiata, io feci de sì con la capoccia, e lei se tolse le scarpe e se mise a balla’ in mezzo al locale. Ma ‘sta cosa fu contagiosa. Pure zi frate se arzò un po’ la tonaca e cominciò a zompà come un grillo per il locale. Armida, che la sapeva lunga, prese per mano lo studentello e se lo trascinò in mezzo all’osteria. Quello ce provò ad andaje dietro, ma pareva più un orso ammaestrato imbranato com’era.
I due musici pareva che se divertissero più de noi, tanto che la musica cominciò a risonà in tutto il vicolo.
Quattro persone che passaveno lì davanti, nel sentì che l’osteria pareva scoppià de musica, se buttarono dentro e cominciarono a ballà pure loro. Uno c’aveva ‘na maschera d’Arlecchino tutta storta, n’antro portava ancora er tricorno da Pulcinella. Si unirono alla compagnia ch’era sempre più numerosa. Tanto che dovetti spostà un tavolo con le sedie per faje un po’ de spazio. Erano due coppie mascherate, fora c’era il carnevale e nun je pareva vero de potesse divertì agratis. Insomma, tra saltarelli e tarantelle se scatenarono tutti fino all’esaurimento.
Poi er cicciottello chitarrista, che me stava sempre più simpatico, posò la chitarra, salì su una sedia e disse:
«Zitti tutti! Per una festa che si rispetti ci vuole una quadriglia.»
Tutti lo guardammo senza sapere di cosa stesse parlando.
«Non conoscete la quadriglia? Allora dobbiamo subito ovviare a questa ignoranza. Sempre senza offesa, s’intende», battè le mani, si tirò su le maniche e continuò.
«Allora, la quadriglia si balla a coppie, tutte le coppie si mettono in cerchio e girerete ballano seguendo la musica che il mio amico Niccolò continuerà a suonare. Io sarò il mastro di ballo e vi dirò di volta in volta cosa dovete fare. Tutto chiaro? Siete pronti?»
Rimanemmo tutti un po’ interdetti, ma l’atmosfera festaiola che s’era creata nell’osteria era tale che tutti subito si misero a formare le coppie. I due frati fecero coppia tra di loro, lo studente, manco a dillo se azzeccò ad Armida e l’artri via via se trovarono senza guardà se il compagno era ‘n omo o ‘na donna.
Er violinista diede tre colpi cor tacco per tera e attaccò ‘na specie de marcetta, e tutti cominciarono a girare zompettando.
«Ora vi faccio vedere che pure chi c’ha due piedi sinistri può ballare!» Disse quello sopra la sedia.
E li fece girà, cambià compagno, tornà indietro e incrociasse uno co’ l’artro come mosche ‘mbriache. Chi andava a gambe all’aria, chi inciampicava, chi je pijava a ride e nun riusciva più a ballà, insomma era proprio tanto che nun ce divertivamo così.
Alla fine, tutti stracchi e sderenati se buttarono sulle sedie e m’ordinarono da beve.
Feci ad Armida:
«Va a portà un litro de quello bono ai sonatori, se lo so meritato»
Arzai er bicchiere e je dissi: «A li sonatori.»
Quanno la regazza portò er vino ai due, quello con la chitarra mi fece un inchino, come pe’ ringraziamme e disse ad Armida:
«Ora per ringraziare anche questa splendida fanciulla mi permetto di dedicarle una serenata»
Se mise la chitarra su una gamba e cominciò a suonare e a cantare, e c’aveva puro una bella voce. Il pezzo era proprio bello, malinconico, così melodioso che tutti s’azzittirono e l’ascoltarono attenti. Me accorsi che a sentì quella canzone il ragazzo fece ‘na faccia strana. Pensai: “Mica sarà geloso? er chitarrista je potrebbe esse padre ad Armida!”
Quando finì il brano tutti je batterono le mani quer momento così romantico aveva rapito tutti, pure li frati. Allora lo studentello, che se chiamava Alberto se arzò e andò dal chitarrista e je chiese:
«Ma voi come conoscete questo brano? L’hanno sonato ieri all’Argentina»
Il chitarrista sorrise ma non je rispose
«Quella è la serenata de Lindoro…»
Lui alzò gli occhi al cielo. I due musicisti si guardarono ammiccando.
E fu allora che il giovinotto sbiancò
«Ma allora… siete voi…»
Er panzutello ie sorrise, s’arzò in piedi je fece un inchino, come se fa a teatro.
«Nun ce posso crede! Ho studiato a Bologna con un maestro che parlava sempre de voi… Diceva che da ragazzo ve chiamavano il Tedeschino…»
L’omo scoppiò a ridere.
«Madonna santa… ancora gira ‘sto soprannome?»
«Me scusi Maestro, con tutto il rispetto» continuò a zagaja lo studente.
Allora persi la pazienza, insomma, quello era o non era l’osteria mia, dovevo da sapè chi era sto musicista che sembrava così importante.
«Ma insomma Albe’ faccelo sapè puro a noi, chi siete?»
Er chitarrista guardò l’altro e facendo un altro inchino disse:
«Gioacchino Rossini, per servirla»
«O Madonna santa! E lui chi è?» Je chiesi rimanendo a bocca aperta.
Er violinista je diede n’occhiataccia
«Lui? È solo un amico che ogni tanto me accompagna.»
«Sor Maestro scusate se non v’ho riconosciuto io nun esco mai da ‘sta bottega. Ho sentito tanto parla’ de voi ma mai me sarei immaginato de vedevve dentro l’osteria mia e soprattutto de sentivve sona’. Madonna che onore che c’avete fatto» Je dissi infarfuiando un po’ le parole tanta era l’emozione.
«Ognuno il lavoro suo, voi ci fate mangiare e bere bene e noi facciamo musica, sperabilmente buona» me rispose e sor Rossini, «Mo fateci finire il vino in santa pace che tra poco ce ne dobbiamo andare».
Detto questo se rimise seduto, e continuò a magnà e beve come se niente fosse.
Intanto tutto intorno la gente ch’era rimasta a senti’ imbabolata ‘sti discorsi, tornò alla proprie faccende: chi a beve, chi a gioca’, chi a servì ai tavoli. Solo Alberto, lo studente, era rimasto a fissa’ quei due, ma soprattutto er violinista.
Passò n’antra mezzoretta e i due s’arzarono e il Maestro venne da me pe’ saldà il conto.
«Quanto le devo»
«Ma ce mancherebbe Maestro, nulla! Con l’onore che c’avete fatto e con tutta la musica che avete sonato so’ io a esse in debito con voi» Je risposi e, ve confesso, anche con un po’ de soggezione.
«Vi ringrazio allora… Ma come vi chiamate?»
«Armando»
«Allora, Armando, lasciate che ricambi l’ospitalità. Domani troverete due posti in platea all’Argentina. Vostra moglie vi perdonerebbe mai se non ce la portaste?»
«Oddio nun so come ringrazziavve, mi moje sarà felicissima nun ce l’ho mai portata anche se me lo chiede sempre»
Fece un saluto con la mano e disse:
«Come dite voi a Roma: se vedemo!»
E uscirono in strada, ma il violinista, prima de sortì, me fece un sorriso.
Appena se ne furono andati Alberto che non aveva più detto ‘na parola, ce guardò a tutti e disse:
«Ma insomma! Nun avete capito chi era quello cor violino?»
Tutti rimanemmo zitti senza ave’ una risposta.
«Era Niccolò Paganini, il grande violinista! Io l’ho visto dirigere il Barbiere di Siviglia all’Argentina, come ho fatto a nun riconoscerlo subito!»
«Ecco perché era così bravo, mo ho capito! E ‘sti du’ fenomeni all’osteria mia, Hai capito?!»
Era tardi, a poco a poco il locale si vuotò. Fori aveva ricominciato a piove e la gente correva a casa pe’ chiudese al caldo. Io invece chiusi i conti della giornata, mandai a dormì pure Armida e uscii abbassando la serranda. Rimasi un momento sotto la tettoia dell’osteria a guardà l’acqua che correva giù pe’ li sampietrini. Faceva rivoli che finivano nelle pozze e riflettevano la luce della lampade a petrolio del vicolo. I due ormai erano spariti dietro l’angolo de Largo Argentina. La gente era andata quasi tutta a casa e nelle strade era tornato il silenzio dopo la caciara del carnevale. Anche se a me sembrava quasi de sentì ancora le note der violino che arrivavano da lontano. Sarà stato er vento. Oppure la fantasia d’un oste che quella sera aveva visto succede una cosa che avrebbe raccontato pe’ tutta la vita.
Febbraio rimane sempre un mese infame. Però, da quella notte, ogni vorta che sento piove forte, nun penso all’acqua ma me torna in mente quella musica, così bella, come non l’avevo mai sentita.
Flavio Lucibello
§









