Verbello & Belsole, solo storie di paese. 3° episodio – Ah, l’amour, l’amour!

Personaggi principali in ordine di… a caso

Verbelliani: Abitanti di Verbello

Belsoliani: Abitanti di Belsole

Benito Bruschi: Sindaco di Belsole

Erminio Scalzi: Presidente del Parco Regionale Monte Merlo

Adelina: Proprietaria del “Emporio da Ida”

Amelio: Macellaio di Verbello

Rosa: La di lui moglie

Dott. Enrico Maria Corrioni: Veterinario

Romolo: barista n°1

Il Toscano: barista n°2

Rachele: Moglie del Sindaco di Belsole

Giovanna: Moglie di Erminio e segretaria particolare dell’Onorevole Chi-sai-tu

 

Erminio ci aveva pensato molto, aveva considerato tutto quello che avrebbe perso, ma anche quello che avrebbe conquistato, che si poteva riassumere in due parole: Libertà e Dignità.

Certamente lo avrebbero sollevato, nel vero senso della parola, dall’incarico di Direttore della Riserva Naturale del Monte Merlo, e catapultato in una discarica di professionisti falliti. Si sa, la politica dei faccendieri non fa prigionieri e non perdona i tradimenti. Ma il fatto di potersi guardare allo specchio ogni sacrosanta mattina e non aver la tentazione di sputarci contro, era veramente una bellissima sensazione che non provava da tempo. Voleva riappropriarsi del proprio lavoro, in fondo era stato un bravo biologo, qualche opportunità di rimettersi in gioco l’avrebbe cercata.

L’unica cosa che, paradossalmente, gli dispiaceva era l’inevitabile rottura con la moglie Giovanna. Nonostante lo avesse trattato per tutti quegli anni come una pezza da piedi, considerandolo praticamente un fallito senza colonna vertebrale, lui aveva continuato ad amarla come il primo giorno. Certo non apprezzava i cambiamenti che la donna aveva fatto da quando era segretaria del Senatore. Era diventata progressivamente sempre più cinica e fredda, in modo particolare nei suoi confronti e, in generale, rispetto alle cose della vita, adottando i comportamenti tipici dell’agone politico. In cuor suo coltivava sempre la speranza che quella fosse una facciata dietro la quale si celava la ragazza romantica e brillante di cui si era innamorato. Si sentiva un po’ fesso a pensarla ancora così, ma non poteva farci nulla. Per una volta in vita sua che aveva preso una decisione coraggiosa, difendere l’area naturalistica protetta che dirigeva e scombinare i piani di quella classe politica di delinquenti, ora non rimaneva che andare fino in fondo.

§§§

Adelina stava sull’uscio del suo negozio e guardava la piazza semideserta di Verbello; a quell’ora del pomeriggio non circolava mai nessuno. L’inverno avanzava con giornate fredde ma soleggiate e lo spirito del Natale imminente faceva capolino dalle vetrine dei negozi della piazza principale (e unica) del paese. Adelina aveva messo un cappello da Babbo Natale alla volpe impagliata, adornandola anche con lucine intermittenti che le davano un aspetto un po’ sinistro. Tutto intorno alla porta d’ingresso, aveva disposto una ghirlanda fatta con veri rami d’abete che avevano iniziato a perdere gli aghi rendendo pericolosamente scivoloso l’ingresso del negozio. Mentre era lì a crogiolarsi al sole di dicembre, sbirciava verso l’ingresso del Bar dei Compari nella speranza di veder comparire il suo unico, grande amore: il Toscano. Da anni Adelina era segretamente innamorata del losco personaggio. Dopo le ultime vicende dei Giochi Celtici e la lotta per il Parco del Monte Merlo, in cui il Toscano aveva assunto il ruolo di leader del gruppo, a Adelina appariva come un capitano di ventura, bello e irraggiungibile. Lui sembrava non accorgersi delle attenzioni che la donna aveva nei suoi confronti e non la degnava di uno sguardo. Così lei si accontentava di guardarlo ogni giorno dal negozio di fronte al suo bar, sospirando, e sperando che prima o poi si accorgesse di lei.

§§§

Anche Amelio aveva addobbato l’ingresso della macelleria per il Natale. Alla gigantesca coppia di corna di bue maremmano, che troneggiavano sulla porta, aveva appeso campanelli e palline, avvolgendo poi un festone d’argento tutto intorno al trofeo. Sulla strada davanti alla vetrina aveva messo un Babbo Natale che, a ogni ingresso di un avventore al negozio, lo salutava con voce stentorea e iniziava a cantare canzoni natalizie. C’è da dire che, dopo i primi due giorni, considerata anche la continua affluenza nella macelleria, qualcuno aveva sabotato nottetempo il pupazzo rendendolo definitivamente muto. Anche lui si stava avvicinando al periodo delle feste con un peso sullo stomaco. Quella mattina, mentre nella cella frigorifera stava facendo a pezzi un quarto di bue, piangeva sommessamente, bagnando con le sue lacrime le bistecche e le lombatine che disponeva con ordine sui vassoi. Si era accorto che stava succedendo qualcosa tra Rosa, la sua bellissima moglie, e il Dottor Corrioni, il veterinario. Gli unici amori, anche se diversi, della sua vita. Aveva temuto da sempre che la bellissima Rosa, prima o poi, lo avrebbe tradito e lasciato per qualcun altro. Perché mai una ragazza così bella, corteggiata da mezzo paese, dieci anni prima avesse scelto uno come lui, non certo bello né particolarmente ricco, rimaneva per lui un mistero. Aveva sempre pensato che avrebbe fatto sfaceli se solo qualcuno avesse osato guardarla. E ora che le due persone più importanti, quelle per le quali aveva un’autentica devozione, lo avevano tradito, non riusciva a fare altro che singhiozzare e sfogare la sua delusione dando colpi di mannaia ai quarti di bue.

§§§

Era da un mese che dormiva sul divano. Benito Bruschi, sindaco di Belsole, cominciava a essere stanco dell’esilio a cui lo aveva condannato la perfida consorte. I sistematici fallimenti delle sue iniziative, da quando era diventato primo cittadino, avevano messo in seria crisi il loro rapporto. La signora non sopportava le risatine di scherno e i colpetti di gomito che si davano le sue “amiche”, quando la vedevano passare, in pelliccia e tutta ingioiellata, per le strade di Belsole. Lei lo aveva sposato perché lo credeva un vincente, uno che sapeva strappare alla vita, con le buone o con le cattive, tutto quello che avrebbe desiderato. Ora invece era un povero depresso, sulla bocca di tutto il paese, sbeffeggiato nei salotti buoni, che molto difficilmente avrebbe potuto conservare quella carica. Anche gli “Amici” che lo avevano fatto arrivare a quel posto cominciavano a pensare che non dava più le garanzie necessarie a fare da terminale dei loro affari. Quella mattina si era svegliato con l’intenzione di mettere in chiaro, una volta per tutte, le cose con la moglie. O con me o contro di me! Anche se buona parte della sua fortuna dipendeva proprio dal suo matrimonio con la figlia del costruttore più ricco e spregiudicato della regione, il suo orgoglio gli imponeva un colpo di reni, nella sua vita sentimentale e nei suoi affari. Aprì la porta della camera da letto. Rachele dormiva beata, con i tappi alle orecchie, sosteneva che il suo russare si sentisse anche dall’altra stanza, e la mascherina sugli occhi. In verità anche lei ronfava della grossa, ma non le si poteva dire. Benito pensò: «Prima o poi la registro e lo faccio sentire in piazza con un altoparlante».

§§§

Erminio rientrò dai festeggiamenti di Verbello che era notte fonda. Era un po’ ciucco e gli veniva da ridere per ogni fesseria. Si tolse le scarpe per non svegliare Giovanna, ma quando vide che aveva un calzino bucato e l’alluce faceva capolino con discrezione, iniziò a sghignazzare cercando di trattenere il riso ma facendo peggio, perché emise sbuffi e spernacchi. Lei si rigirò nel letto, per fortuna senza svegliarsi. Il viso era parzialmente illuminato da una lama di luce lunare che penetrava dalle persiane.

«Quanto è bella» pensò, «Ma quanto è cambiata. Se fosse anche così affettuosa com’era in principio, non riuscirei certo a lasciarla».

Decise di dormire in salotto per non svegliarla e attendere il giorno successivo per parlarle. In realtà non riuscì a chiudere occhio. Smaltiti i fumi dell’alcol aveva iniziato a pensare al suo futuro e a cosa dirle; voleva prevenire ogni sua possibile critica. Lui si aspettava che dicesse:
«Sei un idiota! Hai buttato alle ortiche il tuo lavoro e il nostro futuro, che cosa gli racconto ora all’onorevole “Chi-sai-tu”? Che ho un marito scemo? Un fallito che non sa neanche gestire quello che gli viene regalato? Ma dove pensi di vivere? A questo mondo sopravvive solo chi sa prendere al volo le situazioni che gli capitano. Chi si fa pecora il lupo se lo mangia! Alla tua età ancora non hai capito come funziona. E poi con chi vai a fare comunella? Con quella banda di sfigati di Verbello! Idiota! Sei un idiota!» Questo immaginava gli avrebbe detto e lui stava cercando una risposta a ogni accusa. Dopo ore di “rimuginamento” giunse a una conclusione: il silenzio era l’unica risposta giusta a quelle accuse. Quelle frasi avrebbero certificato la distanza che si era creata tra loro, il baratro di incomunicabilità che non avrebbe meritato alcuna risposta.

§§§

Quando il Toscano uscì dal Bar per fumarsi una sigaretta, Adelina chiuse la porta dell’Emporio da Ida e si avviò verso il centro della piazza fingendo di voler andare al forno per comprare il pane. Si era acchittata di tutto punto, si era anche imbellettata con un trucco leggero, che copriva un po’ di rughette e dava consistenza alle ciglia e sopracciglia che con l’età stavano schiarendo. Quando si era seduta davanti allo specchio per truccarsi, cosa che non faceva da almeno un decennio, aveva constatato di non essere poi così male e che, in fondo, si portava decentemente i suoi cinquant’anni. Un paio di storie sfortunate con altrettanti mascalzoni che non avevano intenzioni serie, avevano fatto di lei la zitella del paese. Questo era ormai un assunto che veniva dato per scontato dai suoi compaesani, nessuno se la immaginava in un’altra veste e, cosa più grave, anche lei la pensava così. Da quando però aveva conosciuto il Toscano si era accesa in lei una fiammella che, con il tempo, era diventata un incendio e ora aveva deciso di passare all’azione, anche a costo di finire sulla bocca di tutto il paese.

«Buongiorno Signor Toscano».

«Buongiorno Adelina».

«Fa un po’ fresco ma al sole si sta proprio bene vero?».

«Sì, in effetti. Sono proprio uscito fuori per godermi un po’ di questo calore. Dentro al bar non entra luce e stare tutto il giorno con la luce artificiale accesa mi mette tristezza».

«Io sono un po’ più fortunata, il mio negozio ha la facciata che guarda a sud e d’inverno si sta benone».

«Ma dove va così agghindata di buon’ora?».

«Vado a comprare il pane e a prenotare dei dolci per Natale. Verrà a trovarmi mia sorella con la sua famiglia e non voglio farmi trovare sprovvista, li vedo così raramente».

«Bene, allora a Natale sarà in compagnia. Lo sa che quello scialle le sta proprio bene? Perché non si veste sempre così, con un po’ di colori? A vederla sempre in nero sembra una vedova». Quando la vide arrossire alle sue parole, il Toscano si rese conto di aver fatto una grossolana gaffe:

«Mi scusi, no…, volevo dire che… insomma. Mi deve scusare sono un po’ rozzo, ma non sono abituato a parlare con una signora. Passo tutto il giorno con quella bestia di Romolo, che al massimo grugnisce, e ho dimenticato le buone maniere».

«Non si preoccupi, ho capito cosa voleva dire. In fondo ha ragione, è colpa mia che mi vesto sempre di nero, e non sono neanche vedova… Magari! Almeno vorrebbe dire che uno straccio di marito lo avevo avuto, invece… Mah, alla mia età oramai».

«Ma che dice, vedrà che prima o poi la troverà la su’ anima gemella, gallina vecchia fa buon brodo!».

A quelle parole Adelina lo guardò incredula con un’espressione tra il sorpreso e l’incazzato.

Il Toscano capì di aver fatto l’ennesima pessima figura e corse ai ripari peggiorando, se possibile la situazione:

«No scusi, non volevo dire che è vecchia, ci mancherebbe, ma l’impressione che lei dà è che i maschi debbano stare alla larga. Se si concia sempre come se andasse a un funerale uno poi pensa che porta pure iella».

A questo punto Adelina stava per andarsene, offesa e indignata. Le lacrime le stavano salendo prepotenti e un groppo in gola le impediva di rispondere.

«No, però aspetti! Mannaggia la mi’ boccaccia! Volevo dire che se si veste come oggi la cosa cambia» disse l’uomo arrampicandosi sugli specchi e diventando tutto rosso.

Lei si fece forza, deglutì per ritrovare il fiato per parlare e con la voce un po’ tremolante ma spinta da un moto d’orgoglio disse:

«Posso benissimo continuare a vivere come ho fatto finora. Ho una bella casa, un negozio che mi dà da campare decentemente e ho fatto tutto da sola. Non mi serve un marito a tutti i costi, anzi. Lei dice che li tengo lontani, quelli poco seri certamente! Se sono come quelli che ho incontrato finora “meglio sola che male accompagnata” visto che a lei piacciono i proverbi».

«E che diamine, mica siamo tutti uguali» rispose un po’ risentito «Io volevo farle un complimento ma gliel’ho detto, non sono più capace».

Vedendolo in evidente imbarazzo, Adelina si fece coraggio e decise di passare all’attacco:

«Anche lei però non scherza. Sembra proprio che voglia tenere a distanza tutti, uomini e donne. Pensi che dopo tanti anni che siamo una di fronte all’altro ancora non conosco il suo nome, e mi sa che qui a Verbello non lo conosce nessuno».

«Ma che importanza ha il nome? Come mi chiamo mi chiamo sono sempre lo stesso» reagì il Toscano toccato sul vivo.

«Non è vero, pensi a una donna che le volesse dire una frase carina, se lo immagina? Come suonerebbe: “Oh Toscano che uomo interessante che sei”. Non le sembra buffo?».

«Beh, sì in effetti. Ma quale donna vuole che si interessi a uno come me, e mi trovi interessante?».

«Vede che anche lei tiene tutti alla larga, io per esempio la trovo molto interessante. Se solo fosse meno scontroso» disse Adelina prendendo il coraggio a due mani.

Il Toscano vacillò, incassò il colpo come se avesse preso un destro d’incontro. Diventò tutto rosso e cominciò a farfugliare qualcosa. Aveva la forte tentazione di scappare e rifugiarsi dentro al bar. Le donne che aveva frequentato negli ultimi vent’anni, ossia dopo che era uscito di galera, erano tutte professioniste che mentivano a pagamento. L’unico amore che conosceva, se così possiamo chiamarlo, era quello mercenario, dove i sentimenti non sono proprio di casa.

«Orsù, mi dica come si chiama veramente, giuro che non lo dico a nessuno» insisté la donna.

C’è da dire che questa affermazione fatta da Adelina risultava assai poco credibile dato che lei era conosciuta per non sapersi tenere un cecio in bocca ed essere la gazzetta ufficiale del paese. Ma le sue parole avevano fatto breccia nella crosta coriacea del Toscano e questi, per un secondo, abbassò la guardia, e fu l’inizio della sua fine.

«Gelsomino, mi chiamo Gelsomino» e diventò color lambrusco.

Adelina trattenne a stento di esplodere in una risata. “Ma come, il terribile e rude Toscano aveva il nome di un delicato fiorellino? E ti credo che non lo voglia far sapere” pensò.

«Beh, certo, un nome un po’ insolito, capisco. Forse meglio Toscano» disse, continuando a reprimere il riso, «Ora la saluto se no mi chiude il fornaio, buona giornata Signor Toscano» e fuggì via sghignazzando perché proprio non ce la faceva più a trattenersi.

«Buona giornata, ma porc… che idiota che sono!» Mormorò fra i denti Gelsomino, pentendosi amaramente di quel momento di debolezza. Per tutta la mattina continuò a pensare a quell’incontro. Durante lo scambio di battute si era accorto che Adelina aveva gli occhi azzurri e che, vestita in modo decente, non era quel manico di scopa che aveva sempre considerato. Poi si scosse, disse: “Ma che vai pensando!” e si reimmerse nelle sue losche attività.

§§§

Amelio aveva deciso di “afferrare il toro per le corna”, (Ops! Non è forse l’espressione più appropriata considerata la situazione N.d.A.) e di affrontare i due fedifraghi, anche se aveva un terrore folle di come potesse finire. Attese il momento buono, e questo si presentò un pomeriggio in cui la moglie gli disse che doveva andare a Borgo Val Grande, il capoluogo più vicino, per fare degli acquisti e che sarebbe tornata verso sera. Per raggiungere la cittadina, Rosa doveva prendere il bus di linea che collegava l’altopiano con il resto del mondo. Con la scusa di accompagnarla la seguì fino alla partenza della corriera e, appena questa si allontanò, salì in macchina e iniziò a seguirla a distanza. Seguì il bus di fermata in fermata, finché non vide scendere Rosa in una piazza vicino a un centro commerciale. La donna, appena scesa dal mezzo, si guardò un po’ intorno ed entrò nell’edificio. Amelio parcheggiò rapidamente e si precipitò al suo seguito, non prima però di aver avvolto il collo con una lunga sciarpa, che copriva anche parte del volto, e indossato un Borsalino modello Al Capone. Con il cappotto di cammello e quell’addobbo in testa sembrava proprio un gangster in vacanza. La vide entrare nel bar del centro commerciale, che aveva anche una sala da the con una grande vetrata che permetteva agli avventori di vedere “lo struscio” della gente intenta negli acquisti, ma era possibile anche il contrario. Infatti, il nostro macellaio, si avvicinò a uno stand che proponeva l’adesione a carte di credito prestigiosissime e, da quella posizione, poteva sbirciare dentro il locale e tenere d’occhio la sua signora. La vide sedersi a un tavolo e ordinare qualcosa al cameriere. Passarono minuti interminabili durante i quali Rosa, palesemente spazientita, continuava a guardarsi nervosamente intorno: l’infame stava tardando.

«Gentile Signore, se vuole rispondere ad alcune semplici domande per riempire questo modulo, al termine dell’intervista, in base alle sue potenzialità di credito le invieremo a casa una carta di credito dimensionata proprio per le sue esigenze» disse un giovane tutto azzimato con giacca, cravatta con nodo XXL e camicia con collettone modello “agente immobiliare” in dotazione.

«Non mi serve la carta di credito» rispose seccamente Amelio.

«Ha altre carte di credito? Certamente la nostra è superiore perché garantisce la possibilità di acquisto in 390 paesi, compresa tutta l’Asia e l’Africa Subsahariana» insisté il venditore in modo petulante.

«Che me ne frega a me dell’Africa Sub-come-cacchio-si-dice. Le ho detto che a me le carte di credito non servono».

Il venditore squadrò il personaggio, fece la faccia di chi ha capito tutto e gli bisbigliò all’orecchio:

«Ho capito, non si preoccupi, possiamo anche intestarla a un suo fiduciario o a una società offshore che ci indicherà lei. Il conto di appoggio può essere anche alle Cayman, Isole Vergini, Svizzera, dica lei, noi siamo a disposizione».

«Ma quali caimani e coccodrilli, tu non hai capito un cacchio, “levate annanz!”» lo apostrofò Amelio.

Nel frattempo, Rosa aveva iniziato a sorseggiare qualcosa da una tazza e a mangiare dei pasticcini che le erano stati serviti. Era passato circa un quarto d’ora da che erano arrivati, quando vide entrare nella sala da the l’Infame: il Dottor Enrico Maria Corrioni. A quell’apparizione ad Amelio si appannò la vista, aveva sperato sino all’ultimo momento di veder comparire qualche amica di Rosa, ma ora aveva la prova provata del doppio tradimento. Restò a guardarli che discorrevano in maniera animata. Sembrava che Rosa lo stesse rimproverando e che lui cercasse in qualche modo di scusarsi. Poi lei cambiò tono, la vide farsi seria e a iniziare a guardarlo dritto in faccia. Lui cercò di prenderle le mani, ma la donna si ritrasse e continuò a parlare con fare deciso. Il Corrioni aveva la faccia stravolta, annaspava cercando di dire qualche parola, ma non riusciva a interromperla. Finita la ramanzina Rosa si alzò e se ne andò senza neanche salutarlo. Il Corrioni rimase lì seduto come uno stoccafisso con lo sguardo perso nel vuoto. Quando si alzò per uscire anche lui, venne bloccato dal cameriere che gli disse:

«Paga lei il conto della signora?».

Amelio aveva assistito a tutta la scena dalla sua postazione pervaso da sensazioni contrastanti. Da una parte, era ancora addolorato per aver visto la moglie con un altro uomo, e poi quale uomo. Dall’altra, reprimeva a stento un moto di gioia per l’interpretazione ottimistica che dava al dialogo tra i due. Dalla sua decodifica dell’incontro aveva la sensazione, e sperava in cuor suo che fosse proprio così, che Rosa avesse dato il benservito all’Infame e che la storia tra i due, ammesso che ci fosse stata, fosse ormai acqua passata. Mentre era lì che rifletteva su quali fossero le cose da fare in quella situazione, si avvicinò il solito agente che, con aria petulante, disse:

«Se mi riempie il modulo con l’anagrafica e mi firma quello della privacy poi le arriva tutto a casa».

Amelio si girò lentamente verso di lui, si tolse la sciarpa e, guardandolo con disprezzo gli disse:

«Mavafangulo! Te e ‘ste cartuscielle ‘e merda».

§§§

Benito aspettava in salotto che la moglie si svegliasse. Nell’attesa, aveva bevuto tre generosi bicchierini di grappa, a stomaco vuoto, per farsi coraggio. Verso mezzogiorno sentì dei rumori provenire dalla camera da letto, segno che Rachele si era svegliata, e si preparò all’incontro. Quando lei apparve sulla soglia della camera, avvolta in una vestaglia di seta, con un’espressione schifata sulla faccia, già di primo mattino, gli venne voglia di prenderla semplicemente a male parole e di andarsene. I grappini però fecero il loro effetto e la affrontò senza indugio.

«Ora basta! Non si può andare aventi così!».

«Ma che vuoi? Sono appena sveglia e già rompi. Scansati, fammi andare in cucina. Hai fatto almeno il caffè?».

«Ma quale caffè del cavolo, non hai capito, ora mettiamo in chiaro tutto. Cosa ti credi, che perché a casa tua non ha mai lavorato nessuno ti puoi permettere di trattarmi così? Io me ne sbatto dei soldi tuoi e della tua famiglia».

«Ohé! Che ti ha morso la tarantola? Che ti prende? Fammi sentire l’alito. Ah, sei ubriaco di mattina presto!».

«Ma che ubriaco e ubriaco, a parte che è mezzogiorno passato e non mattina presto, poi sono perfettamente lucido e consapevole. Questo tuo atteggiamento deve finire! Merito rispetto, per tutto quello che ho fatto e per come ti ho sempre trattato. Una regina, sempre come una regina, e invece sei una serpe piena di astio e di veleno. Ma che ti manca?».

«Aspetta che prima prendo un caffè poi ti rispondo» disse Rachele dirigendosi verso la sua cucina supertecnologica.

«Cesira, fammi un caffè, macchiato caldo e con una goccia di cioccolato».

«Subito Signora» rispose la cucina. Si accesero delle lucine, si sentirono dei rumori dietro i pannelli di acciaio, e poi si aprì uno sporto di cristallo dal quale, spinto da un braccetto meccanico, uscì un vassoio con sopra una tazzina fumante.

Rachele sorseggiò il caffè poi, rivolgendosi al marito Benito disse:

«Allora, si può sapere cosa ti è preso questa mattina? Cosa vuoi da me? Non ti basta quello che mi hai fatto passare?».

«Quello che ti ho fatto passare io?» chiese incredulo l’uomo, «Quello che mi fai passare tu! Sono settimane che dormo su quel divano, neanche fosse colpa mia come sono andate le cose».

«Ah, non è colpa tua? Lo sai che non posso più andare al circolo del bridge a causa degli sghignazzi che sento quando passo tra i tavoli? Le mie amiche non mi salutano più, sono diventata lo zimbello di tutto il paese e sai grazie a chi? Grazie a tutte le tue idee idiote con le quali stai demolendo la nostra reputazione».

«Ma non è colpa mia se non si sono potuti fare gli impianti sul Monte Merlo. Lo sai che persone molto più influenti di me hanno fallito, e tutto per colpa di quei delinquenti di Verbello».

«Se dai la colpa a un branco di falliti allora vuol dire che ormai sei proprio finito, come politico e come uomo» disse Rachele con disprezzo.

«E no! Questo proprio non te lo permetto» reagì Benito colpito nell’orgoglio «Come politico sarò pure poco adatto, ma come uomo ho sempre tenuta alta la bandiera, non credo che tu ti possa lamentare!».

«Non mi riferivo alle tue performance sessuali, anche se, pure lì, è da un po’ che hai suonato la tromba dell’ammaina bandiera, ma al tuo comportamento vigliacco e supino rispetto a quelli che sono sopra di te nella scala della balordaggine» rispose inviperita, «Mio padre me lo aveva detto “quello può fare solo il ragioniere di quella banda di briganti, non è in grado di fare di più, mollalo! E io invece, cretina, non gli ho dato retta».

«Buono quello! Tuo padre ha fatto la sua fortuna costruendo a destra e a manca case fatiscenti destinate ai poveracci. Ha costruito su paludi e discariche, fregando sul ferro e sul cemento. Deve ringraziare il Padreterno che non mandi un terremoto perché cadrebbero come i castelli fatti con le carte da gioco».

«Lascialo stare mio padre, tutto quello che tocchi in questa casa lo hai comprato con i suoi soldi, comprese le mura. Dovresti baciare dove cammina, ingrato!».

«Vipera!».

«Idiota!».

«Arpia!».

«Impotente!».

«Eh no! Impotente proprio no!» Travolto dalla rabbia e dalla frustrazione disse cose di cui si sarebbe subito pentito, «Se stanno così le cose riprenditi pure tutte le cose tue e di tuo padre ed esci dalla mia vita!».

«Bene, allora comincia a preparare le valigie e levati dalle scatole. Ora esco a fare shopping, così mi distraggo e non penso all’errore che ho fatto a sposarti, quando torno non ti voglio più trovare in casa mia» concluse lei entrando in bagno.

Benito capì troppo tardi l’enorme errore che aveva commesso, ritrattare tutto era impossibile, anche per uno con la faccia tosta come la sua, allora decise per la resistenza passiva. Avrebbe continuato a rimanere in quell’appartamento cercando di ignorare la presenza della moglie, in fondo, pensò “fare i separati in casa sarebbe stata la soluzione migliore per entrambi”. Ma aveva fatto male i suoi conti.

§§§

Quando Erminio aprì gli occhi, trovò Giovanna che, seduta ai piedi del divano, lo stava guardando.

«So cosa pensi, che sono un idiota, che non sono capace a campare, che sono un idealista che non si rende conto in che mondo viviamo. Mi dispiace ma non sono capace di essere cinico e calcolatore come vorresti. Ero un ottimo biologo, conoscevo il mio mestiere, mi è sempre piaciuto. Mi piace da quando facevo la raccolta delle figurine degli animali e conoscevo a memoria tutti i loro nomi scientifici in latino. Mi dispiace perderti, ma non ce la faccio più a fare la testa di legno per un gruppo di delinquenti, basta! Basta così!».

Giovanna lo guardava, calma, senza dire una parola.

E lui continuò:

«Io ti amo, non ho mai smesso di amarti, anche se ora non so di quale persona sono veramente innamorato. Da quando sei entrata in quel mondo di persone senza scrupoli, non sei più la donna di cui mi sono innamorato e non so se quella Giovanna esiste ancora. E ora se vuoi lasciarmi, fai pure, è un prezzo molto alto che pago per essere me stesso, ma non posso più farne a meno».

Lei continuava a guardarlo senza scomporsi, poi deglutì qualcosa che le impediva di parlare e iniziò:

«È vero sei un cretino, è un fatto assodato. Ma è di questo cretino che io mi sono innamorata» le s’inumidirono gli occhi di lacrime e con un filo di voce continuò «Pensavo che tu fossi meglio di me, ho iniziato a odiarti quando ho visto che ti rassegnavi ad assecondare quei ladri».

«Ma io lo facevo per compiacerti, perché pensavo che tu non volessi stare con un biologo fallito, credevo che fosse quello che ti aspettavi da me» rispose Erminio confuso.

«E invece no. Io ti ho aiutato con il Senatore perché credevo che te lo meritassi. Volevo proteggerti da quegli squali, proprio perché ti conosco e so che bella persona che sei e sapevo che loro non avrebbero mai riconosciuto il tuo valore, non ti avrebbero mai permesso di ricoprire il posto che occupi ora se non avessi messo di mezzo il Senatore. Ma tu te lo meriti e quello che hai fatto per difendere l’area protetta l’ho dimostra».

Dicendo questo gli prese la testa tra le mani, lo guardò dritto negli occhi e aggiunse: «Ora finalmente ho ritrovato il mio cretino, che si emozionava a vedere i cervi che uscivano al limitare del bosco, o una coppia di aquile che si corteggiavano in cielo volteggiando libere. Così pensavi che ti avrei lasciato perché hai mandato a puttane i loro affari loschi? Non capisci proprio nulla, ma in fondo è giusto così, in ogni famiglia basta uno intelligente e quello non sei tu. Baciami scemo!».

E unirono le loro labbra e le loro lacrime.

§§§

Mancavano due giorni a Natale e a Verbello fervevano i preparativi per la cena della Vigilia e per il pranzo del giorno successivo, che in genere durava ore. Ogni famiglia si riuniva mettendo da parte incomprensioni e litigi. I figli tornavano con le loro famiglie, si ripeteva un rito che voleva rinsaldare i legami, superare eventuali divergenze in nome dell’affetto reciproco. Purtroppo, la realtà era ben diversa. In genere attriti e dissapori venivano solo riposti in un cassetto per essere prontamente recuperati dopo le feste. Adelina quell’anno aveva invitato la famiglia della sua unica sorella e ci teneva a fare bella figura. Non si parlavano da mesi, per un bisticcio del quale avevano anche dimenticato la causa scatenante e quella voleva essere l’occasione per fare pace. Il menù era quello tipico della Vigilia, dei piatti a base di pesce e una carrellata di fritti, per consolare il fegato. Da giorni aveva cominciato a preparare il pan pepato e il torrone di cioccolato con le mandorle che erano una sua specialità. Ci teneva in modo particolare a fare bella figura e si dedicò anche a migliorare l’aspetto della casa. I suoi mobili erano certamente demodé ma non voleva dare l’impressione che quella fosse la casa di una zitella. Tolse di mezzo centrini e soprammobili che mettevano tristezza solo a guardarli. Fece sparire la gondola con le lucine dentro, la ballerina di flamenco un po’ impolverata, un cane di porcellana e un vecchio con il fiasco, spacciato per Capodimonte ma di chiara origine cinese. Mise in giro un po’ di ghirlande e decorazioni natalizie e fece un bell’albero di Natale proprio di fronte alla porta d’ingresso. Era emozionata come una ragazzina ed era la prima volta che affrontava il Natale in questo modo ottimista. Tutto dipendeva dalla sua infatuazione per il Toscano, o Gelsomino che dir si voglia. Aveva in mente di invitarlo per il pranzo di Natale e questo la agitava come un’adolescente ai primi amori. Finiti il giro delle compere e delle ordinazioni per il pranzo si diresse risoluta verso il Bar dei Compari decisa a giocarsi il tutto per tutto. Arrivata davanti alla porta ebbe un attimo di esitazione “E se poi mi dice di no?” pensò, ma preferì non prendere in considerazione quella ipotesi ed entrò. Dietro al bancone c’era Romolo che stava asciugando dei bicchieri, alzò lo sguardo e rimase sorpreso quando vide entrare la donna. Gli avventori abituali del bar erano uomini, solo raramente entrava qualche donna in concomitanza con una riunione del Consiglio Comunale, e Romolo non era avvezzo a trattare con il gentil sesso. Già nel salutarla s’impappinò:

«Buongior…com’è? Chi cerchi? Scusi, cerca, insomma…».

«Buongiorno signor Romolo, cercavo il Toscano» chiese Adelina guardandosi intorno.

«È nell’altra sala, ma aspetti qui che glielo vado a chiamare, di là non è luogo per le signore».

E a riprova di quello che aveva appena detto si sentì un bestemmione in dialetto che svelò l’origine dell’autore. Romolo scomparve dietro alla tenda che separava le due stanze e riapparve dopo poco in compagnia del Toscano. Questi la guardò stupito ma anche palesemente emozionato e le chiese:

«Buongiorno Adelina, a cosa debbo la sua visita?».

«Buongiorno, le posso parlare un attimo?» guardando verso l’ingresso del bar, come a dire “Vieni fuori?!”

Il Toscano guardò Romolo che stava sghignazzando sotto i baffoni e seguì la donna fuori dal locale.

«Caro Gelsomino, io preferisco chiamarla così in privato, ma in pubblico le prometto che continuerò a chiamarla “Toscano”, mi farebbe molto piacere, se non ha altri programmi, averla come ospite a cena la Vigilia di Natale. Ci sarà anche la famiglia di mia sorella e le garantisco che sono persone molto gradevoli» disse queste parole tutte d’un fiato, come per togliersi il pensiero, e poi tacque guardandolo dritto negli occhi.

“Occhi azzurri come il mare”, pensò di nuovo il Toscano, “Oddio mi sto rincoglionendo! Ma che mi prende?” Poi senza neanche accorgersene rispose:

«Molto volentieri, grazie. Sarà un vero piacere cenare con la sua famiglia» e non credeva che quelle parole fossero uscite dalla sua bocca.

Adelina arrossì, incredula che fosse andato tutto così liscio e si congedò dicendo:

«Bene, allora l’aspetto dopodomani alle nove di sera, non si disturbi a portare il dolce, ho già preparato tutto. Buona giornata signor Toscano».

«Buona giornata a lei Adelina» rispose l’uomo. Romolo, dalla porta del locale, aveva assistito senza essere notato, incredulo, intanto pensava: “Il terribile Toscano, quello che faceva paura pure ai carcerati dentro per omicidio, s’è rincitrullito! Allora non c’è più speranza in questo mondo. Anche le più solide certezze crollano, come le mura di Gerico al suono delle trombe di Giosuè» e rientrò nel bar tutto sconsolato, mentre il Toscano seguiva con lo sguardo Adelina diretta verso casa.

§§§

Dopo aver liquidato il rappresentante di carte di credito petulante, Amelio cercò di mettersi sulle tracce di Rosa, visto che ormai era lì e, più che altro, per curiosità. Il metodo per sistemare il giovinotto non fu molto ortodosso. Dopo l’ennesimo assalto del venditore Amelio si tolse il cappello, si avvicinò come per parlargli e, mentre quello già pregustava la provvigione per aver fregato un altro pollo, gli mollò una testata proprio in mezzo alla fronte che mandò il malcapitato nel mondo dei sogni.  Si rimise il cappello, indossò la sciarpa e si lanciò nei corridoi del centro commerciale. La vide uscire e imboccare una delle principali strade dello shopping di Borgo Val Grande. Lei si fermava ogni tanto a guardare le vetrine, poi proseguiva senza fretta sbirciando di qua e di là senza un’apparente meta. Lui faticava a tenersi a distanza, non essendo proprio un maestro del pedinamento. Con quella sciarpa che gli finiva davanti agli occhi, rischiava sempre o di rompersi una gamba o di rompere il naso a un pedone che proveniva dal senso opposto. Inciampò infinite volte, prese una storta alla caviglia mettendo il piede dentro un’aiuola, pestò una merda di cane, finì contro il braciere del caldarrostaio, bruciandosi una mano nel tentativo di contenere il disastro. Alla fine, prese in pieno un palo che lo fece rintronare come una campana e lo mandò lungo sul marciapiede ma, all’accorrere di qualche passante, si rialzò subito dicendo:

«Sto bene, sto bene, non mi è successo nulla, grazie».

Quando si rialzò, vide Rosa entrare risoluta in un negozio di pellami e scomparire dalla sua vista per almeno un quarto d’ora. Quando uscì teneva in mano un pacchetto infiocchettato di rosso. Amelio pensò: «Cosa avrà comprato e soprattutto per chi sarà quel regalo?».

La vide dirigersi verso il capolinea dei pullman per prendere quello che l’avrebbe riportata a Verbello. Decise così di riprendere la macchina per tornare al paese prima di lei e farsi trovare già lì. Per tutto il viaggio continuò a rimuginare su quello che era accaduto e alternava momenti di gioia ad altri di disperazione, in un ottovolante di emozioni che lo stavano sfinendo.

§§§

A casa Bruschi si respirava l’aria dei conflitti epocali. La resistenza passiva attuata da Benito aveva indispettito Rachele che stava dando fondo a tutta la dotazione di malvagità e carognate di cui era capace. La prima fu quella di intaccare, con un temperino, la lametta del rasoio da barba del marito. Quando questi, appena alzato, fece per radersi, alla prima passata tracciò sulla guancia tanti sbreghi quante erano le tacche fatte sulla lametta. Inutile dire che alle grida di dolore del malcapitato accorse in bagno fingendosi rammaricata. La seconda carognata consisté nello svuotare il contenitore della lozione all’acido ialuronico, che Benito utilizzava per mantenere in salute la sua capigliatura, e sostituirla con una crema depilatoria che aveva lo stesso colore e consistenza. L’effetto fu devastante. Dopo alcuni giorni, i capelli del povero sindaco iniziarono a cadere a ciocche, lasciando dei vuoti terrificanti come se fosse stato colpito da una improvvisa e violenta alopecia. Per non esporsi al pubblico ludibrio, lui decise di portare il cappello anche mentre era al chiuso. A chi gli fece notare la stranezza, rispose che aveva letto che tenere al caldo il cervello aiutava a pensare e a trovare nuove soluzioni. Molti conclusero di averlo definitivamente perso. A tutte queste angherie Benito decise di non reagire, per non darle soddisfazione e meditando di vendicarsi appena se ne fosse presentata l’occasione. Una mattina a colazione avvenne l’episodio che provocò l’inasprimento del conflitto. Il meschino aveva l’abitudine di fare colazione appena sveglio con una tazza di caffè e un cappuccino, accompagnato con delle fette biscottate con la marmellata. Purtroppo, la cucina super tecnologica obbediva solo ai comandi vocali della padrona, quindi lui si doveva ingegnare a fare tutto a mano. Quella tragica mattina si preparò il solito caffè e si piazzò davanti alla finestra per gustarselo in santa pace. Purtroppo, non sapeva che la megera aveva sostituito lo zucchero con il sale. Ne aggiunse due cucchiaini abbondanti, perché a lui piaceva dolce, e ingurgitò la terribile miscela inconsapevole del misfatto. Se fosse stata cicuta avrebbe avuto una reazione meno violenta. Spruzzò tutto il contenuto della tazzina sul vetro, disegnando delle tavole di Rorschach color caffè. Fu colto da nausea e da brividi di disgusto. Mise un dito nel contenitore dello zucchero, lo portò alle labbra e constatò che era sale.

«Disgraziata, figlia di disgraziati!» mormorò a denti stretti.

Tornò in cucina, prese la bottiglia del latte Alta Qualità dal frigorifero e riempì una tazza. Aggiunse un po’ di caffè guardandosi bene da mettere dello zucchero. Mise la tazza nel forno a microonde e lo avviò. Mentre il caffellatte si stava scaldando, prese le fette biscottate dalla dispensa e un barattolo di marmellata di pesche. Quando fu tutto pronto si apparecchiò sul bancone di noce della penisola della cucina e iniziò a spalmare la marmellata sulle fette biscottate. Stava ancora pensando alla carognata del caffè quando, addentando la prima fetta biscottata, sentì esplodergli in bocca la tipica “bomba calabrese”.  Un misto di Peperoncino, paprica, Nduja, Soppressata, Harissa, Sriracha, Gochujang, Tabasco, Chimchurri e Salsa al chipotle. Con la bocca in fiamme afferrò la tazza del latte bevendo grandi sorsi per spegnere l’incendio che gli era divampato in bocca. Purtroppo per lui non fu latte quello che ingurgitò ma una boccata di bario, tipo quello che si usa per le gastroscopie, allungato con caffè. La terribile bevanda ebbe l’effetto di spegnere l’incendio ma, contemporaneamente, gli ingessò la bocca dai denti all’ugola. Non potendo gridare né parlare, emise un grugnito cinghialesco e corse in bagno per cercare di sciogliere la colata di gesso. Dopo circa mezz’ora di gargarismi riuscì a riacquistare l’uso delle corde vocali. La rabbia e l’umiliazione per quei perfidi scherzi gli salì incontrollabile e uscì dal bagno cantando a squarciagola:

«Sì vendetta, tremenda vendetta, il buffone vendetta farà!»

§§§

E arrivò la notte della Vigilia. In molte case si facevano cene “di magro” e si giocava a tombola, come da tradizione. In altre si aspettava la mezzanotte per andare a sentire la messa e anche i non credenti uscivano di casa per incontrare tutti gli altri paesani e scambiarsi gli auguri.

«Allora, ti prepari? È quasi mezzanotte?!» disse Giovanna.

«Ma cara, tu lo sai che io sono agnostico, anzi mi definirei panteista, il mio Dio è la natura» rispose con tono lamentoso Erminio, «Perché mi vuoi trascinare in chiesa?».

«Perché sono la segretaria particolare dell’Onorevole Chi-sai-tu, conservatore e cattolico convinto, se non vado a messa le solite linguacce glielo riferiscono e mi prenderei anche una ramanzina. Che ti costa?».

«Va bene, però mi prometti che poi torniamo a casa e non attacchi bottone con tutti quelli che incontriamo».

«Va bene, promesso. Ma ora spicciati!».

Non faceva troppo freddo e un leggero nevischio aveva iniziato a imbiancare i tetti delle case. Le strade di Belsole erano tutte addobbate a festa e mille lucine tracciavano la strada che conduceva alla chiesa. Il Sindaco non aveva badato a spese e, al centro della piazza principale, aveva fatto mettere un abete di trenta metri. Addobbi dorati e una miriade di lucine illuminavano la piazza a giorno. Alle nove di sera la tavola della sala da pranzo di Adelina era tutta imbandita. Lei fremeva facendo avanti e indietro dalla cucina alla sala, nell’attesa che arrivassero gli invitati. Un centrotavola con due grosse candele decorate, rosse e dorate, faceva mostra di sé tra i piatti e i segnaposto che aveva realizzato con le sue mani. La prima ad arrivare fu sua sorella con marito e due figli adolescenti al seguito. Baci, abbracci e convenevoli.

«Ma che bella tavola! Cosa hai fatto di buono, si sente un profumino?».

«Grazie, ho fatto giusto qualcosina. Ma dimmi, come va? Ti trovo bene, anche Armando, giusto un po’ più in carne, e come sono cresciuti i ragazzi».

«In carne?? Sorella mia sei troppo buona. Ha messo su una panza che pare incinto di otto mesi e questi due sono due idrovore. Mangiano come bufali e si comportano come degli sciamannati».

«Ziaaaa, ma non ce l’hai il computer?».

«No, a me non serve che ci faccio?».

«Ma la televisione dov’è?».

«Non ce l’ho la televisione, a me piace leggere».

«Ma come? Non hai neanche la televisione? E come fai?».

«Faccio benissimo senza. Sento la radio, leggo i libri e parlo con la gente al negozio, di più non mi serve».

«Boh! Se lo dici tu».

La discussione fu interrotta dal suono del campanello della porta e Adelina ebbe un sobbalzo.

«Chi deve venire?» chiese la sorella.

«Una persona che ti voglio presentare» rispose Adelina e andò ad aprire.

Sull’uscio apparve il Toscano, in grande spolvero. Completo blu scuro di tweed, panciotto in tinta con tanto di orologio da taschino in dotazione, camicia bianca e scarpe di vernice. L’unica cosa un po’ discutibile la cravatta con disegnate sopra delle donnine poco vestite in atteggiamenti che a essere benevoli poteva sembrare ambigui. Per sua fortuna il panciotto ne copriva una buona parte. In una mano stringeva un mazzo di undici rose rosse a gambo lungo, nell’altro una bottiglia di champagne.

«Buonasera e Buon Natale» disse entrando e porgendo le rose a Adelina «Mi sono permesso di portare una bottiglia per il brindisi» aggiunse in modo affettato.

Colpita dai suoi modi così perfetti Adelina rimase a bocca aperta, non aveva mai immaginato che il Toscano potesse essere capace di tanto. Prese i fiori, arrossendo un pochino e disse:

«Buonasera Signor Toscano, grazie per queste rose, sono bellissime, ma non si doveva disturbare».

«Ci mancherebbe Signora Adelina, è un dovere» e accennò a un baciamano. Stessa cosa fece quando Adelina gli presentò Gemma. Anch’essa rimase colpita dai modi aristocratici del nuovo ospite e rivolse alla sorella un sorriso interrogativo che significava: “Però mica male! Dove l’hai trovato?”

Poi fu la volta del marito Antonio al quale il Toscano strinse la mano in modo vigoroso e dei due ragazzi a cui mise subito soggezione. Terminati i convenevoli, si apprestarono a prendere posto alla tavola da pranzo. Rapido come un furetto il Toscano, da autentico gentiluomo, anticipò Adelina scostandole la sedia per farla accomodare. Gemma guardò schifata il marito che si era già seduto e indossato il tovagliolo rimboccandolo sotto al mento e mormorò tra i denti: «Nu suprammobbile!».

La padrona di casa faceva avanti e indietro con la cucina, aiutata qualche volta dalla sorella, e la cena proseguì tra i manicaretti cucinati da Adelina e l’amabile conversazione intrattenuta dal Toscano.

«Scusi se sono sfacciata Signor Toscano» esordì a un certo punto Gemma, «Ma Toscano è il nome o il cognome?».

A quella domanda Adelina tremò e guardò preoccupata verso di lui, ma Gelsomino aveva previsto che quella domanda prima o poi sarebbe arrivata e rispose risoluto:

«Né l’uno né l’altro, gentile signora. È un soprannome che mi porto dietro da tempo e ormai mi ci sono così abituato, tanto che certe volte non ricordo neanche il mio vero nome».

«E quale è il vostro nome?» domandò insistente.

«Gelso, mi chiamo Gelso. In effetti non è un gran nome e comprendo chi continua a chiamarmi in altro modo» rispose cortese il Toscano, omettendo il suffisso “mino”.

«Gelso? E che nome è io non l’ho mai sentito» commentò sbiascicando Alvaro con la bocca piena di carciofi fritti.

«Invece lo trovo un bel nome, è il nome di una bella pianta. Il gelso è un albero imponente e anche le sue more sono molto gustose. Le dispiace se la chiamo Gelso? Io mi chiamo Gemma, i nostri nomi, in fondo, appartengono entrambi al mondo vegetale» disse civettuola.

Adelina gli rivolse un’occhiataccia, ma il Toscano, per nulla infastidito, le rispose:

«Certo, mi chiami pure Gelso. Adelina anche lei, la prego, mi chiami Gelso se le fa piacere».

E la cena continuò così senza ulteriori sussulti fino al momento di stappare lo champagne per il brindisi finale. Si incaricò di questa delicata operazione Alvaro, ma non l’avesse mai fatto. Tolse la gabbietta e cominciò ad armeggiare con il tappo, che opponeva resistenza, puntando la bottiglia pericolosamente prima verso il lampadario poi verso le teste degli invitati. Dopo tanto roteare, il tappo partì come una pallottola prendendo in pieno il centrotavola e facendo rovesciare le due candele. La cera fusa che si era accumulata dentro la parte sommitale delle due grandi candele si rovesciò sulla mano villosa del povero Toscano, o Gelso che dir si voglia, soffriggendo la pelle in modo assai doloroso, e fu lì che si scatenò l’apocalisse.

«Maremma appestata! Oh, che tu fai? Ma te c’hai i pioppini ner capo per davvero?! Bischero, grullo, rincitrullito che tu nun sei altro!» Il vero Toscano era sgusciato fuori, lasciando libero sfogo al suo dolore e alla sua indignazione, esplodendo in un caleidoscopio di insulti in vernacolo che, per decenza, non ci è dato di riportare.

Dopo un primo istante di smarrimento collettivo, Adelina si riprese, afferrò la brocca dell’acqua e la versò sopra la cera incandescente che stava cuocendo la mano Toscano come un pollo alla creta. L’azione repentina dette un iniziale sollievo al poveraccio; subito dopo però, la cera si solidificò in una crosta compatta e il tentativo di toglierla non fece che peggiorare la situazione, provocando una involontaria ceretta al meschino. Mentre gli altri erano ancora confusi e attoniti davanti alla manifestazione di cotanta violenza verbale, Gelso riapparve dalle spoglie del Toscano e con fare affabile, come se non fosse successo nulla disse:

«Orsù, sono cose che capitano. Vi prego di scusare la mia reazione ma, anni di cattive frequentazioni mi hanno indotto a un lessico che non mi appartiene. Lo facciamo allora questo brindisi?».

§§§

Anche a casa di Amelio si stava celebrando la cena della vigilia. Certo la tradizione di mangiare di magro al macellaio sembrava un abominio, ma si adattava, “obtorto collo”, a questo precetto considerandolo un sacrificio inevitabile. Rosa aveva preparato per loro due; aveva apparecchiato una bella tavola con fiori candele e addobbi natalizi. Lui era ancora scombussolato per quello a cui aveva assistito nel pomeriggio e non sapeva come interpretare le insolite attenzioni di cui lo ricopriva la moglie da quando era rientrato. Verso la fine della cena, stavano terminando il dolce, quando Rosa esordì: «Amelio, ti devo parlare».

A queste parole al poveruomo si gelò il sangue, “Ecco, ci siamo” pensò, “Ora mi dice che mi lascia”.

«Dimmi Rosa, cosa succede?».

«Amelio, la tua gelosia è ossessiva e ingiustificata. Non puoi continuare a vivere con l’ansia che io ti tradisca! È una mancanza di fiducia e rispetto nei miei confronti».

Lui pensò: “Ma come? Tu ti vedi con quella carogna del veterinario e dice che la mia gelosia è immotivata?”

«Fai vivere anche a me nell’ansia di farti venire dei dubbi e di non trasmetterti abbastanza affetto. È vero, ogni tanto faccio un po’ la sciocchina, provocando qualche cliente, ma niente di più. Ti confesso che mi gratifica sentirmi desiderata, cosa che tu, da un bel po’ di tempo non fai più. Ma due giorni fa ho avuto la riprova da me stessa, che non è un altro uomo che voglio ma te».

«Rosa, ma io non ho occhi che per te lo sai. Ho sempre pensato che fosse un miracolo che tu, la più bella del paese, avessi scelto me».

«È proprio questo il punto, pensi che io non me ne accorga? Pensi che io sia così cretina da non capire il tuo stato d’animo che condiziona da sempre il nostro rapporto? Ti devo dire anche un’altra cosa ma mi devi giurare che starai calmo e non farai pazzie…».

E Amelio pensò: “Ora mi dice che ha avuto una storia con l’Infame ma che in fondo ama me, e io che faccio?”

«Corrioni, il veterinario, ci ha provato seriamente ma io l’ho mandato a quel paese. Ti confesso che c’è stato un momento in cui ho vacillato. Tu ti comportavi come un matto, sempre geloso, sempre in ansia, mi sentivo sempre addosso il tuo sguardo inquisitore. Ma poi mi sono detta: perché devo diventare come lui si aspetta che diventi, io non sono così. Io non ti ho mai tradito né ti tradirei mai, se decidessi di farla finita con te saresti il primo a saperlo. Però giurami che non lo ammazzi e non gli dai qualche coltellata. Ci ho pensato io a metterlo al suo posto, non ho bisogno di un Otello che mi protegga».

Amelio ascoltava a bocca aperta quella reprimenda, in cuor suo felice come una Pasqua, anche se contemporaneamente pensava: “A quel figlio di una meretrice ci pensò io a fargli passare la voglia di insidiare la moglie degli altri”.

«Stai tranquilla non gli farò nulla, però cambierò veterinario, questo non me lo puoi impedire. Rosa, mi dispiace, lo so che sono geloso. Tutto nasce dalla mia insicurezza. Non sono certo bello e non mi capacito ancora come tu…».

«È proprio questo il problema, non capisci che possono essere altre le cose che attraggono una donna, e voi invece ci fate tutte cretine. Comunque, è acqua passata, ti ho preso un piccolo regalo per Natale».

E tirò fuori da sotto il tavolo il pacchetto che Amelio aveva visto il giorno che l’aveva seguita.

«Aprilo, è per te».

Lui lo scartò e vide che conteneva un paio di guanti di pelle molto belli ed eleganti. In realtà quei guanti volevano essere un piccolo indennizzo per un senso di colpa che Rosa aveva in corpo, dato che lei non aveva raccontato tutta la verità. In occasioni dei giochi celtici un inizio di pomiciamento c’era stato con il Dottor Corrioni, beh, un po’ più di un inizio, del quale, però, si era subito pentita. Un momento di debolezza durante il quale il veterinario si era intrufolato nella sua vita, ma lei aveva capito subito che non era quello che voleva. Fare un po’ la smorfiosa era una cosa, tradire era un’altra. Arrivò la mezzanotte e tutte le campane delle chiese dell’altopiano iniziarono a suonare. La gente di Verbello e di Belsole scese in piazza, chi per andare a messa e chi, semplicemente, per scambiare gli auguri con amici e paesani. Amelio e Rosa uscirono abbracciati felici di essersi ritrovati dopo un momento di difficoltà. Erminio era riuscito a convincere Giovanna ad andare a messa nella chiesa di Verbello, proprio non se la sentiva di vedere le solite facce pure la notte di Natale. L’aveva posta come condizione per andare anche lui a messa e lei non era riuscita a trovare argomenti per dargli torto. Adelina e tutti i suoi invitati si apprestarono a uscire per unirsi alle persone che già erano in strada. Il Toscano aveva ripreso il suo perfetto aplomb e l’aveva aiutata a indossare il soprabito. Mentre stavano per varcare la soglia, le porse il braccio dicendo:

«Mi permetti? Il suolo è un po’ ghiacciato e c’è nevischio, potresti scivolare».

Lei gli rispose con un sorriso e gli diede il braccio.

«Certo Gelso, con molto piacere» e appoggiò la guancia sulla sua spalla.

Erano tutti nella piazza principale, e unica, di Verbello quando da sopra l’altopiano, là dove si trovava il paese di Belsole, si senti un boato e, nell’oscurità della notte, si videro i riflessi di un probabile incendio. Molti Verbelliani pensarono: “Questi di Belsole i soliti esibizionisti esagerati, botti e fiaccolate pure a Natale”. In realtà un grande incendio stava devastando la casa del sindaco. Tutti i Belsoliani erano stipati in chiesa al momento del botto, compresa Rachele, la moglie del Sindaco che sfoggiava una superba pelliccia di volpe artica e le migliori parure di gioielli che possedeva. Quando sentirono quella deflagrazione corsero tutti fuori, spaventati, per vedere cosa stesse succedendo. Videro Benito Bruschi, che era in piedi, di fronte a quell’enorme falò, ciucco come una damigiana di lambrusco, che ridacchiava come un ebete canticchiando: «Sì vendetta, tremenda vendetta, il buffone vendetta farà! Buon Natale Rachele, Buon Natale!».

Su quello che accade dopo, le cronache sono assai confuse, l’unica cosa certa è che, per molti, quell’anno, fu un Natale da ricordare.

FINE

Per ora…

§§§

Condividi su:

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *