Soffrire ci ricorda che siamo vivi. Ma ricordare il dolore degli altri ci ricorda che siamo umani. In queste righe, scritte dopo giorni di sofferenza personale, c’è un pensiero che va oltre me stesso: verso chi sopporta dolori indicibili senza cure, senza anestesia, senza voce.
Alcune settimane fa la mia vita ha rallentato bruscamente. Un incidente, un intervento chirurgico, il corpo che all’improvviso non obbedisce più come prima. E poi, il dolore: muto, continuo, insidioso. Per dieci giorni, nonostante i farmaci, nonostante ogni tentativo di attenuarlo, è stato un compagno costante, quasi crudele. Mi ha svegliato la notte, mi ha tolto il respiro, mi ha fatto desiderare solo che finisse. E in quelle ore interminabili, mentre cercavo di trovare una posizione che mi desse tregua, ho avuto un pensiero che mi ha trapassato più di ogni fitta: se io, con tutte le cure a disposizione, con la vicinanza dei miei cari, con i farmaci, soffro così tanto… cosa può essere il dolore di chi tutto questo non ce l’ha?
Il pensiero è volato a Gaza.
A quei sessantamila civili uccisi, a quei ventimila bambini che non ci sono più. E a tutti gli altri, centinaia di migliaia, feriti, mutilati, spezzati. Ho letto le parole di un medico di Medici Senza Frontiere: raccontava tra le lacrime di aver dovuto amputare arti a bambini senza anestesia, perché gli ospedali erano stati bombardati e i medicinali non potevano entrare. Immaginare quel dolore, sovrapporlo al mio — già enorme, eppure infinitamente più “facile” — è stato come guardare dentro uno specchio crudele.
Il dolore come misura dell’umanità
Noi esseri umani abbiamo un rapporto complesso con il dolore. Gli animali lo sentono e reagiscono, istintivamente: si proteggono, si leccano le ferite, fuggono. Noi, invece, lo pensiamo, lo raccontiamo, lo temiamo prima ancora che arrivi. Gli diamo un significato, a volte persino un valore.
Ma soprattutto, siamo capaci di soffrire per il dolore degli altri.
Questa empatia, che è la nostra condanna e il nostro dono più grande, ci costringe a non chiudere gli occhi. Il dolore psicologico nasce spesso proprio da qui: dal sapere che altrove esistono sofferenze più grandi, ingiustizie più profonde, ferite che non saranno mai curate. È un dolore che non riguarda direttamente il corpo, ma che ci scava dentro con la stessa ferocia.
Il dolore ci rende fragili, ma ci ricorda anche che siamo parte di un’unica storia umana.
La mia sofferenza post-operatoria, minuscola e protetta, mi ha messo davanti alla verità che a volte dimentichiamo: ogni mio respiro libero, ogni mia medicazione, ogni mio gesto di sollievo è un privilegio che altrove non è concesso.
E allora questa riflessione, questo messaggio nella bottiglia, non è solo un esercizio di coscienza, ma un invito: a non banalizzare mai il dolore, nemmeno quello “piccolo”; a non distogliere lo sguardo da quello “immenso”; a lasciarci cambiare da ciò che ci ferisce, perché solo così può nascere la compassione.
Il dolore è un linguaggio universale. Lo parlano gli uomini e gli animali, i fortunati e i disperati, i vivi e i morenti. Ma se non possiamo eliminarlo, possiamo almeno trasformarlo: in comprensione, in giustizia, in solidarietà. Ogni fitta che sopportiamo può diventare un ponte verso l’altro.
Ogni cicatrice, un promemoria per non restare indifferenti. Perché il dolore ci ricorda, sempre, che siamo legati gli uni agli altri. E che nessuno dovrebbe mai, mai, affrontarlo da solo.

