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Marisa

Da ragazzo sono cresciuto con le storie del “tempo di guerra”. Il bombardamento di San Lorenzo, i rastrellamenti degli ebrei, la tessera per il pane, la farina di piselli degli “alleati” e il castagnaccio dei paesi di montagna, tutte queste storie sono l’anima della nostra gente, se perdiamo loro, perdiamo la nostra anima. Per questo ho raccontato la storia di Marisa

Marisa non era il suo nome. In realtà l’avevano battezzata con il nome di Giuseppina, anzi no, Giuseppa, per un’impuntatura del funzionario dell’anagrafe.

Ma, per sua fortuna, tutti la chiamavano con il suo secondo nome Maria Luisa, che, contratto, diventò Marisa.

Marisa era figlia di Alberto, che faceva lo stagnaro a Roma e di Emma, che, a quattordici anni, era stata mandata dalla famiglia a lavorare alla Snia Viscosa. Emma veniva da Fiumalbo, un piccolo paese dell’appennino tosco-emiliano, ed aveva undici fratelli. La famiglia non poteva sfamarli tutti e così, come tanti ragazzi italiani di quegli anni, avevano fatto fagotto per trovare lavoro. Chi nelle miniere in Belgio, chi a fare il boscaiolo in Corsica e chi come Emma in fabbrica vicino Roma. La Snia Viscosa produceva  seta artificiale, il raion. La materia prima impiegata era la cellulosa del legno, che arrivava alla fabbrica sottoforma di fogli.

Questi erano inseriti in un bagno di soda caustica e pressati. La salute dei lavoratori risentiva profondamente del contatto con le sostanze utilizzate e dell’organizzazione del processo produttivo.  Inoltre la vita delle donne nella fabbrica era durissima: dovevano lavorare su turni sette giorni su sette e avevano poche tutele per la maternità e per la malattia, quindi spesso venivano licenziate o prendevano giorni di sospensione perché dovevano assentarsi per accudire i figli o qualche parente malato, oppure perché loro stesse si ammalavano. Se aspettavano un bambino per non perdere il posto erano costrette a lavorare quasi fino al nono mese.

Quando scoppiò la guerra e a Roma cominciarono i bombardamenti, Emma ed Alberto pensarono che Marisa sarebbe stata più sicura al paesino di Fiumalbo. Li c’era sicuramente da mangiare, c’era la campagna, il bestiame, mentre a Roma tutto era razionato e poi c’erano i bombardamenti degli americani.  Era il 1942, Marisa aveva dieci anni e il distacco dai genitori fu atroce. Soprattutto da Alberto con il quale aveva un rapporto speciale di affinità e di complicità. Tutti e due erano degli inguaribili ottimisti, dotati di forza d’animo e di tenacia e andavano incontro alla vita a testa alta,  pieni di curiosità, pronti ad accogliere le sorprese che avrebbe riservato.

Certo non potevano immaginare che proprio sull’Appennino Tosco-emiliano, sarebbe passata la “linea gotica” e sarebbe diventato per anni un sanguinoso fronte di guerra.

I primi tempi a Fiumalbo furono molto tristi, Marisa piangeva tutte le sere ed avrebbe senz’altro sfidato il rischio dei bombardamenti pur di stare con i suoi genitori. Gli abitanti di Fiumalbo erano gente dura, di montagna, cresciuta affrontando problemi primari, la fame, il lavoro, la sopravvivenza. A Fiumalbo le mucche hanno nomi generalmente in forma vezzeggiativa: la Bianchina, la Margherita, la Stella, mentre le donne vengono chiamate in maniera certamente meno “tenera”, il che da la misura del tenore dei rapporti interpersonali: la Gigia, la Peppa e così via.

A mitigare un po’ il dolore del distacco ci pensava nonna Agnese. Aveva cresciuto dodici figli, la maggior parte sparsi per il mondo a cercare di sopravvivere. Prendersi cura di Marisa non era per lei un peso ed era gentile e affettuosa nei suoi confronti. La situazione precipitò quando Agnese si ammalò e non poté più prendersi cura di Marisa che venne portata a casa della figlia di agnese, Maria. Maria era una delle due sorelle di Emma, gli altri otto fratelli, ancora in vita, erano tutti maschi. Era sposata ma non aveva figli e non brillava certo per simpatia. Considerava Marisa una “mangia-pane-a-tradimento”, nonostante avesse solo dieci anni, ed era molto dura nei confronti della nipote.

Zia Maria impiegava Marisa per tutte le faccende domestiche e i lavori di campagna. La guerra si faceva sentire anche lì e nessuno si poteva permettere di stare con le mani in mano, ma la crudezza dei modi e i lavori eccessivamente duri per una ragazzina, trasformarono la vita di Marisa in un incubo.

Basti pensare che un giorno, raccogliendo le uova nel pollaio, a Marisa ne cadde inavvertitamente una. Maria per punizione, con una spilla, bucò le mani alla malcapitata in modo che ricordasse per sempre la lezione.

Nonostante questa terribile situazione ed i pianti notturni, Marisa, grazie al suo carattere forte e positivo, riusciva a trovare dei momenti in cui metteva da parte la solitudine e riusciva a divertirsi con un non nulla.

Quando arrivò la prima nevicata rimase a bocca aperta a guardare le montagne e i prati che pian piano  venivano coperti da quella coltre bianca, a Roma la neve non l’aveva mai vista. Durante quell’inverno trovò anche il modo di imparare a sciare. Con dei pesanti sci di legno della zia, andava da un casale all’altro a fare le commissioni, era un modo per trovare, anche nel lavoro, lo spunto per il gioco.

Passarono i primi due anni e le notizie da Roma erano sempre più rare, Marisa non sapeva neanche se i genitori fossero vivi o fossero rimasti sotto un bombardamento. I rapporti con Maria erano sempre pessimi, considerata l’insensibilità e la rozza durezza della zia.

Era l’estate del 1944 e la realtà della guerra piombò su Fiumalbo e sulla vita di Marisa con ancora più vigore. Dopo la presa di Montecassino e l’ingresso a Roma il 4 giugno, da parte degli alleati, le armate tedesche in Italia si ritirarono verso nord per arroccarsi lungo la “Linea Gotica”: una fitta rete di fortificazioni che correva dal Tirreno all’Adriatico tagliando in due l’Italia.

Le truppe tedesche, in fuga dal sud Italia si attestarono anche sull’Appennino Modenese e Fiumalbo fu uno dei caposaldi.

Quando la colonna di camion ed autoblindo entrò in paese le strade erano deserte,  Fiumalbo sembrava disabitato. Gli uomini che non erano partiti per il fronte, rimasti perché troppo giovani o troppo vecchi per combattere si nascosero in montagna insieme ai Partigiani, nelle case rimanevano solo donne e bambini. La casa di Maria era su un crinale da cui si controllava la valle e l’accesso al paese, per questo i tedeschi decisero di requisirla e di stabilirci il comando. Ovviamente tutte le case vennero perquisite e sequestrati cibo ed animali. Gli ufficiali tedeschi erano rigidi ma corretti e anche se non ammettevano alcuna insubordinazione, con le donne ed i bambini erano gentili.

Il fronte era vicino e ogni giorno si sentiva l’artiglieria delle due parti che bombardava le postazioni dell’esercito nemico. Marisa si era così abituata a sentire passare i colpi di cannone sulla testa, che aveva acquisito una incosciente rassegnazione. Sentiva partire il colpo di cannone e se il botto iniziale era seguito da un fischio, lei sapeva che il colpo sarebbe andato lontano. Al contrario, se al colpo seguiva il “rotolio” del proiettile, quest’ultimo sarebbe caduto vicino. Ma non c’era più paura, solo fatalismo. E forse fu per questo che la fortuna decise di baciarle la fronte. Un giorno mentre attraversava un campo di granturco, un proiettile di mortaio cadde a pochi metri da lei, sprofondando in una pozza di fango, senza esplodere. E lei pensò: “lassù qualcuno mi protegge”.

La battaglia era sempre più cruenta, in cielo e in terra tedeschi ed americani si scontravano senza sosta. Una mattina, mentre andava a fare le solite commissioni imposte dalla zia, le capitò di assistere a un duello aereo tra un velivolo americano e uno tedesco. Ebbe la peggio l’americano il cui aereo precipitò e il pilota, che si era salvato buttandosi con il paracadute, fu fatto prigioniero dai tedeschi.

Ma nonostante la violenza della guerra fosse ormai il pane quotidiano, sembrava che tutto dovesse prima o poi finire senza travolgere Marisa del tutto. Ma l’orrore di un conflitto non ha limiti e l’uomo può superare ogni livello di ferocia ed infamia. Quando ormai l’esercito tedesco era in rotta e stava abbandonando i paesi occupati sull’appennino, venne l’ordine di uccidere, per rappresaglia, tutti gli uomini di qualsiasi età, giovani e vecchi, senza distinzione.

I tedeschi rastrellarono tutte le case di Fiumalbo, Pievepelago e dei paesi vicini, portando tutti gli uomini dentre un caseggiato sotto un ponte del fiume Lima.

Marisa vedeva il posto di blocco delle pattuglie tedesche dopo la curva che da Fiumalbo scende a Casotti di Cutigliano. Dall’alto della strada vide arrivare Mario in bicicletta, un ragazzo di Fiumalbo con il quale aveva una tenera storia da  adolescenti. Gli fece cenno di fermarsi e di tornare indietro e cominciò a sbracciarsi per avvertirlo del pericolo. Ma lui non capì e salutando con la mano continuò la discesa in bicicletta finendo nelle mani dei carnefici. I tedeschi minarono il ponte e lo fecero esplodere sulle teste degli innocenti. Marisa non potrà mai più dimenticare quel giorno, dopo più di settant’anni si commuove ancora nel ricordarlo e puoi leggere nei suoi occhi il dolore e il rammarico di non averlo potuto salvare.

Arrivarono gli americani, con le truppe di colore inglesi e francesi e per le ragazze del paese iniziò un nuovo periodo di paura. Al contrario dei tedeschi erano in genere meno ostili, ma molti di loro non avevano nessun rispetto della popolazione civile e le truppe non erano disciplinate come quelle dell’Asse.

Incurante dei rischi a cui la mandava incontro, la “Zia Maria” mandava Marisa a prendere i panni sporchi dai militari per i quali faceva servizio di lavanderia.

Per fortuna,  o grazie ai suoi modi di fare sempre gentili ed aperti, Marisa si fece prendere in simpatia da un ufficiale americano che aveva una figlia della sua stessa età, e questo la protesse da fare altre brutte esperienze.

Passarono anche gli americani ma da Roma nessuna notizia. Immaginate una ragazzina di tredici anni che non vede e non ha notizie dei suoi genitori da tre anni, senza sapere se sono vivi o morti sotto un bombardamento.

Ma la nostra storia ha un lieto fine.  Quando ormai stava perdendo ogni speranza, un giorno di primavera, alzando lo sguardo oltre il campo seminato di fronte alla casa, vide arrivare un uomo, la carnagione scura, la faccia emaciata ed un giacca che gli stava un po’ larga, ma aveva il sorriso di suo padre. Quello forse è rimasto uno dei più bei giorni della sua vita, anche ora, che è la nonna di quattro nipotini.

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2 commenti

  1. Il racconto è davvero molto bello e scritto con una pulizia ed un filo logico che non lo abbandona mai. Mi chiedo se tutto equivale a realtà o se qualcosa è stato aggiunto per ingrossare il romanzo. Comunque lo scrittore risulta essere molto bravo nella scrittura e nel raccontarci i vari nomi geografici.

    1. Caro Massimo, grazie per l’apprezzamento del racconto. Contrariamente a quello che si scrive in genere, i personaggi del racconto sono tutti reali, così come i luoghi e i fatti storici. Tra il 27 settembre e il 1 ottobre del 1944, a Casotti di Cutigliano avvenne l’eccidio di Pianosinatico e la distruzione dei ponti di Casotti e di quello del Sestaione. Tra il 20 ed il 25 settembre 1944 le SS naziste, aiutate da armati della repubblica sociale di Salò, avevano rastrellato diversi uomini che sarebbero serviti da ostaggi rinchiudendoli nell’interno di uno dei capannoni del Lanificio Tronci posto in prossimità del “Ponte dei Casotti”. Il 1° ottobre 1944 le truppe naziste in ritirata, evacuata Cutigliano, fecero saltare il ponte che avevano minato nei giorni precedenti.La deflagrazione provocò il crollo del capannone dove si trovavano gli ostaggi. I soccorritori estrassero dalle macerie i corpi senza vita dei cinque uomini. Il più giovane era Lido, aveva 18 anni, ed era il “fidanzatino” di Marisa. Su queste scedhe d’archivio ho trovato conferma al suo racconto.
      http://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/CASOTTI%20CUTIGLIANO%2026.09-01.10.1944.pdf
      https://www.regione.toscana.it/-/casotti
      https://www.linealibera.info/abetone-cutigliano-1944-leccidio-di-pianosinatico-e-la-distruzione-dei-ponti/

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